Il Consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge che irrigidisce l’architettura dei flussi migratori lungo quattro assi: “blocco navale” in caso di “minaccia grave”, multe fino a 50 mila euro (con confisca in caso di reiterazione), nuove regole nei CPR con limitazione dei cellulari, ed espulsioni accelerate in presenza di specifiche condanne. 

L’impressione, più che di una riforma organica, è di un testo costruito per comunicare fermezza: si prende la parola più mediatica (“blocco navale”), la si inserisce in un perimetro giuridico ampio (“minaccia grave” include terrorismo, “pressione migratoria eccezionale”, emergenze sanitarie e grandi eventi), e la si consegna al circuito politico come dispositivo d’emergenza normalizzata. 

Il “blocco navale”: formula politica, nodo giuridico

Nel ddl l’interdizione dell’attraversamento del limite delle acque territoriali viene attivata con delibera del CdM su proposta del ministro dell’Interno, per periodi temporanei (nelle ricostruzioni giornalistiche si parla di 30 giorni prorogabili fino a sei mesi). 

Qui il punto critico non è solo la durezza: è l’ambiguità operativa e giuridica. In mare, la sovranità non cancella obblighi: soccorso, tutela della vita, regole sul coordinamento SAR e sul trattamento delle persone salvate. Se la misura finisce per funzionare come deterrenza “a prescindere”, o come strumento per respingere indirettamente, il contenzioso — nazionale ed europeo — è praticamente incorporato nel testo. (Non basta chiamare “minaccia” la pressione migratoria per trasformarla in eccezione permanente.)

Multe e confisca: la deterrenza che rischia di colpire anche il soccorso

Il ddl prevede sanzioni amministrative da 10 a 50 mila euro e, in caso di reiterazione con la stessa imbarcazione, confisca e sequestro cautelare. 

È una logica di deterrenza patrimoniale: efficace comunicativamente, molto delicata nella pratica. Se applicata in modo estensivo può produrre un effetto collaterale: spostare il baricentro dall’accertamento di singole condotte alla punizione “per categoria” (chi naviga, chi soccorre, chi trasporta). In mare la linea tra controllo dei confini e dovere di soccorso è sottile: trasformarla in una tagliola sanzionatoria rischia di aumentare l’opacità, non la sicurezza.

CPR e telefoni: sicurezza o compressione di garanzie?

La norma sui CPR limita la “libera detenzione” dei cellulari, che verrebbero custoditi e resi disponibili solo in orari/modalità autorizzate. 

È un punto che merita prudenza: il telefono non è un comfort, è spesso l’unico ponte con avvocati, familiari, mediatori, prova documentale, perfino con i consolati. In un contesto di trattenimento amministrativo, ridurre l’accesso autonomo agli strumenti di comunicazione può trasformarsi in una compressione sostanziale del diritto di difesa e della capacità di segnalare abusi o bisogni sanitari. Se l’obiettivo è prevenire disordini, la risposta non può essere “meno comunicazione”: semmai più trasparenza, più controllo indipendente, più garanzie.

Espulsioni: il rischio della scorciatoia automatica

Il ddl introduce l’ordine di espulsione/allontanamento anche per cittadini UE in caso di condanne per reati contro pubblici ufficiali con aggravanti. 

Qui il crinale è evidente: la sicurezza pubblica è un bene reale, ma l’automatismo è una cattiva tentazione. Sul piano europeo, i margini per allontanare cittadini UE esistono, ma richiedono criteri rigorosi (proporzionalità, valutazione individuale, pericolosità attuale). Se la norma spinge verso un meccanismo “pena accessoria di fatto”, si apre un terreno di ricorsi e di conflitti con la giurisprudenza europea, oltre che un problema di equità: si punisce due volte, e spesso in modo selettivo.

Un ddl che promette controllo, ma rischia più conflitto

Il filo rosso è l’uso dell’eccezione come politica ordinaria: “minaccia grave” abbastanza elastica da coprire terrorismo, salute, “grandi eventi” e pressione migratoria; strumenti di interdizione e sanzione a forte rendimento simbolico; e nel frattempo una compressione delle micro-garanzie quotidiane (telefoni, accesso, comunicazione). 

Se l’obiettivo è governare i flussi, la vera domanda non è “quanto è duro il testo”, ma “quanto regge in tribunale e nella realtà”: perché una politica migratoria che vive di annunci e di eccezioni rischia di produrre due effetti simultanei e opposti — più contenzioso e più irregolarità — lasciando intatta la questione di fondo: canali legali, cooperazione credibile, capacità di accoglienza e rimpatri realmente eseguibili, senza trasformare lo Stato in una macchina che, per mostrarsi forte, indebolisce le proprie garanzie.