Annullata alla Camera conferenza sulla remigrazione. I manifestanti cantavano “Bella Ciao”
La conferenza sulla “remigrazione” annullata alla Camera non è solo un episodio di ordine pubblico: è il segno di una frattura più profonda, dove il Parlamento diventa teatro di provocazioni identitarie e la Costituzione viene brandita come scudo contro il rischio di normalizzare ciò che la Repubblica ha posto fuori dal suo orizzonte.
C’è un momento, nei palazzi della democrazia, in cui la forma rivela più della sostanza. Quanto accaduto a Montecitorio con la conferenza sulla “remigrazione”, organizzata dal deputato leghista Domenico Furgiuele e poi annullata, appartiene a questa categoria di episodi rivelatori: non tanto per ciò che si voleva dire, quanto per il luogo in cui lo si voleva dire.
Il Parlamento non è una sala qualunque. È uno spazio simbolico, regolato da una grammatica costituzionale che non coincide con la semplice libertà di convocare una conferenza stampa. È questo il punto che ha fatto esplodere la tensione: l’idea che ospiti riconducibili all’area neofascista e skinhead potessero trovare legittimazione, anche solo logistica, dentro il cuore dell’istituzione repubblicana.
La scena è stata quasi teatrale: i deputati delle opposizioni arrivati con largo anticipo, la Costituzione alzata come testo fondativo, il cerchio attorno al banco dei relatori, le voci che si sovrappongono, “Bella ciao” che risuona nei corridoi. Un gesto simbolico, certamente, ma non casuale: quando il conflitto diventa identitario, il linguaggio torna a essere rituale.
Furgiuele ha rivendicato il diritto a presentare un’iniziativa popolare, parlando di libertà di espressione e di scelta demandata ai cittadini. È una linea che, presa isolatamente, può apparire coerente. Ma il problema non è l’idea di “remigrazione” in sé — concetto che appartiene a un preciso universo ideologico — bensì la sua traslazione istituzionale, il tentativo di farla transitare per i canali e i simboli della Repubblica senza fare i conti con la storia e con i limiti posti dalla Costituzione.
La reazione delle opposizioni ha avuto un carattere altrettanto politico che simbolico. Bloccare fisicamente l’evento, sostituirlo con una “contro-conferenza”, impedire l’accesso agli ospiti: sono gesti che segnalano una scelta netta, quella di non consentire che tutto diventi neutro nello spazio parlamentare. È una linea che può essere discussa, ma che risponde a una preoccupazione reale: la normalizzazione del radicalismo attraverso il linguaggio delle procedure.
L’annullamento dell’evento per ragioni di ordine pubblico — e la successiva decisione di vietare l’ingresso di ospiti per l’intera giornata — certificano il fallimento di quella che doveva essere, nelle intenzioni del promotore, una semplice operazione di visibilità. Il Parlamento, da luogo di parola, si è trasformato in zona di interdizione, segno che la tensione aveva superato una soglia di sostenibilità istituzionale.
Resta il paradosso: chi denuncia la “morte della democrazia” invocando l’intervento del capo dello Stato sembra ignorare che la democrazia non muore quando pone limiti, ma quando rinuncia a distinguere. La Costituzione italiana non è un foglio bianco su cui ogni idea può essere scritta indifferentemente; è un testo nato anche come argine, come memoria giuridica di ciò che non deve tornare.
La protesta all’esterno, con l’immagine di Matteotti, ha chiuso il cerchio simbolico. Non per evocare analogie semplicistiche, ma per ricordare che il Parlamento è un luogo carico di strati di senso, dove ogni gesto pesa più delle parole pronunciate.
Alla fine, la conferenza si è comunque tenuta, improvvisata fuori dal palazzo, circondata dalle telecamere. È forse qui la lezione più amara: l’istituzione ha retto, ma il conflitto si è semplicemente spostato. E resta aperta una domanda che va oltre questo episodio: come difendere lo spazio democratico senza trasformarlo in un ring permanente, e come impedire che la provocazione diventi, ancora una volta, il linguaggio dominante della politica.
Montecitorio, per un giorno, ha mostrato non solo le sue tensioni, ma anche la sua fragilità. E quando la fragilità delle istituzioni diventa spettacolo, la democrazia non muore — ma certamente si espone.
