C’è un’immagine che America — la storica rivista della Compagnia di Gesù negli Stati Uniti — pone come punto di partenza di una riflessione scomoda: quella di una bandiera americana accanto all’altare, dentro una chiesa cattolica. I fedeli entrano, pregano, ricevono la comunione, escono. E tornano a casa con l’impressione che la croce e la bandiera stiano bene insieme, che si tollerino, che forse si sostengano a vicenda.

Non stanno insieme. E dirlo non è antiamericanismo, né anticlericalismo. È teologia.

La rivista dei gesuiti lo dice con una franchezza che in Europa troveremmo quasi scandalosa, abituati come siamo a un cattolicesimo istituzionale più incline al sottinteso che all’affermazione diretta: problema per problema, voce per voce, l’amministrazione Trump ha contraddetto l’insegnamento sociale cattolico. Non sottilmente. Non per trascuratezza. Ma ostentando, scrive America, i suoi atti di opposizione all’istituzione religiosa che rappresenta più americani di qualsiasi altra.

L’elenco è lungo, e vale la pena percorrerlo senza fretta.

Sul clima: da Giovanni Paolo II a Benedetto XVI a Francesco — che nel 2015 dedicò un’intera enciclica alla questione e nel 2023 tornò sull’argomento con una nuova esortazione apostolica — la chiesa ha costruito decenni di insegnamento sulla responsabilità morale di custodire il creato. Papa Leone XIV ha continuato su questa linea. L’amministrazione americana ha risposto ritirandosi dagli accordi globali sul clima, sfinanziando la ricerca scientifica, cancellando i progetti di energia pulita, raddoppiando sui combustibili fossili. Non un disaccordo: una campagna sistematica nella direzione opposta.

Sull’immigrazione: la chiesa si è definita, storicamente e teologicamente, chiesa di migranti. Il primo viaggio di Papa Francesco da pontefice fu a Lampedusa, per stare simbolicamente accanto a chi rischia la vita in mare. I vescovi americani hanno emesso messaggi di solidarietà esplicita con gli immigrati. Nel frattempo, il governo degli Stati Uniti ha sospeso le procedure di asilo, revocato visti a studenti stranieri, condotto retate nelle comunità di immigrati, costruito un sistema di detenzione di massa — in un paese che detiene già il primato mondiale di incarcerazione tra le democrazie — e separato bambini dalle loro famiglie. E ha usato versetti biblici negli annunci di reclutamento dell’agenzia di contrasto all’immigrazione.

Sulla guerra: la tradizione cattolica della “guerra giusta” — elaborata da Tommaso d’Aquino, richiamata e resa più stringente da Francesco — pone condizioni eccezionali all’uso della forza. Il governo americano ha invece normalizzato la violenza preventiva come funzione ordinaria dello Stato, ricorrendo ad attacchi spettacolari — in Iran, in Venezuela — in assenza di minacce imminenti. A Gaza, dove gli Stati Uniti hanno mediato un cessate il fuoco, le truppe israeliane sostenute da Washington hanno continuato a uccidere. Papa Leone XIV ha sintetizzato lo stato del mondo con una frase che suona come un verdetto: siamo in “un mondo che è in fiamme”.

Sul linguaggio: l’enciclica Fratelli Tutti di Francesco chiedeva solidarietà universale, ascolto, rispetto reciproco anche verso chi è diverso. L’amministrazione Trump ha invece adottato sistematicamente la retorica della disumanizzazione — verso gli avversari politici, verso le minoranze, verso chiunque non rientri nel perimetro dell’identità prescritta — arrivando a negare l’identità dichiarata di un membro in carica del Congresso, e a invocare pubblicamente violenza contro gli avversari.

America riconosce, con onestà intellettuale, che il disprezzo dell’insegnamento cattolico non è un’esclusiva repubblicana: il Partito Democratico non ha fatto spazio alle voci cattoliche contrarie all’aborto, e l’amministrazione Biden ha sostenuto militarmente la distruzione di Gaza, al punto che Francesco — stando al racconto della rivista — faceva telefonate notturne preoccupate ai cristiani che morivano sotto bombe finanziate da un presidente che si professava cattolico.

Ma la guerra sistematica contro l’insegnamento della chiesa, scrive America, è oggi saldamente a carico dell’amministrazione in carica.

Perché tutto questo dovrebbe interessare chi non è americano, né cattolico?

Perché la questione che America solleva non è confessionale. È politica nel senso più alto del termine: riguarda il rapporto tra potere e valori che quel potere dichiara di incarnare. Gli Stati Uniti sono il paese che più di ogni altro ha costruito la propria identità pubblica sul linguaggio cristiano — la città sul colle, il destino manifesto, la nazione sotto Dio. È questo linguaggio che rende così acuta la contraddizione segnalata dai gesuiti americani: non la distanza tra Stato e Chiesa, che è normale e in larga misura sana, ma l’ostentazione di quella distanza proprio mentre si continua a usare il simbolo religioso come schermo.

La bandiera accanto all’altare non è un’innocua tradizione folkloristica. È una rivendicazione di compatibilità. E quando quella compatibilità è falsa — quando ciò che avviene sotto la bandiera contraddice sistematicamente ciò che si celebra sotto la croce — qualcuno ha il dovere di dirlo.

I gesuiti americani lo hanno detto. Con una chiarezza che fa pensare.