Giro di vite dell’Europa sui migranti. La Conferenza dei Vescovi UE lancia un appello ai legislatori
Ci sono momenti in cui un voto parlamentare vale più di mille discorsi. Il 26 marzo, il Parlamento europeo ha approvato con 389 voti favorevoli il passaggio alla fase successiva dell’iter legislativo per le nuove politiche di rimpatrio dei migranti: detenzione ampliata, rimpatri facilitati, responsabilità esternalizzate a Paesi terzi. Una maggioranza larga, composita, inedita. E i vescovi cattolici dell’Unione europea, riuniti nella Comece, hanno usato una parola precisa per descriverne le implicazioni: «crisi d’identità».
Non è un’espressione pastorale, né una metafora. È una diagnosi politica. L’Europa, dicono i vescovi, rischia di non riconoscersi più. Di cercarsi allo specchio e trovare un volto straniero.
Il progetto europeo è nato, nei decenni del dopoguerra, da una scommessa difficile: che fosse possibile costruire una casa comune fondata non sulla forza ma sui valori. Solidarietà, dignità umana, tutela dei vulnerabili. Non ornamenti retorici, ma architravi. La Comece lo ricorda con una fermezza che contrasta con i toni spesso ovattati della diplomazia ecclesiastica: «Questi principi non sono opzionali». Non sono negoziabili. Non si mettono in pausa per ragioni elettorali o pressioni sovraniste.
Eppure è esattamente questo che sta accadendo. Il summit dei ventisette capi di Stato del 19 marzo ha mostrato un’Europa incapace di convergere su quasi nulla — il prestito solidale all’Ucraina, la revisione delle quote sulle emissioni, la posizione sul Medio Oriente — tranne che su un punto: alzare muri. Sulle migrazioni, l’accordo è stato rapido e compatto. Come se la paura fosse l’unico collante rimasto, l’unica grammatica condivisa tra governi che non riescono a parlarsi su nient’altro.
Questa non è politica migratoria. È la spia di qualcosa di più profondo. Il Partito popolare europeo — forza centrista che per decenni ha incarnato l’anima europeista del continente — sta progressivamente cercando sponde a destra, convergendo con i gruppi nazionalisti ed eurofobi su voti che fino a pochi anni fa sarebbero stati impensabili. La cartina al tornasole definitiva arriverà tra meno di un anno, quando il Parlamento dovrà eleggere il suo nuovo presidente: se Manfred Weber cercherà i voti dei Conservatori, dei Patrioti e dei sovranisti per scalzare Roberta Metsola, sarà la consacrazione istituzionale di una maggioranza euroscettica al cuore dell’unica istituzione europea eletta dai cittadini. Un paradosso che ha del vertiginoso.
Nel frattempo, la Commissione Von der Leyen — che nel 2019 aveva fatto del Green Deal il suo manifesto identitario — ha progressivamente accantonato quell’ambizione sotto la pressione delle lobby industriali e dei governi nazionalisti. Come se ogni impegno preso potesse essere rimesso in discussione non appena il vento cambia direzione. Come se l’Europa fosse non una casa ma un albergo: si prenota, si occupa, si lascia.
I vescovi scrivono che «in un momento di incertezza globale, l’Europa è chiamata a non rinunciare ai propri valori, ma a riaffermarli con chiarezza e coraggio». È un appello che suona quasi anacronistico nell’aria che tira oggi a Bruxelles, Strasburgo, Budapest, Roma. Eppure è precisamente il tipo di appello che diventa più necessario quanto più sembra inutile. Perché la crisi d’identità — quella vera, quella pericolosa — non è il momento in cui si smette di sapere chi si è. È il momento in cui si smette di chiederlo.
L’Europa dei padri fondatori era nata da uomini che avevano visto il peggio: la guerra, i campi, i confini tracciati con il sangue. Sapevano, per esperienza diretta, che cosa succede quando la politica rinuncia alla dignità umana come categoria assoluta. Noi quella memoria la stiamo consumando rapidamente, come una riserva che si credeva inesauribile. E ogni voto come quello del 26 marzo ne accelera il prosciugamento.
I ventidué corpi gettati in mare al largo di Creta — morti di sete e di fame su un gommone partito da Tobruk — non hanno votato. Non avevano diritto di tribuna a Strasburgo. Non compariranno nei verbali del summit di Bruxelles. Ma sono la misura reale di ciò che si decide quando si discute di «rimpatri», «detenzione» e «esternalizzazione». Sono la carne di cui sono fatte le astrazioni. Sono la domanda a cui l’Europa, in questo momento, non riesce o non vuole rispondere.
