La legittimità a corrente alternata. L’Italia giustifica l’aggressione USA in Venezuela. Contati finora 40 morti.
C’è una parola che, più delle bombe, pesa in queste ore sul Venezuela: legittimità. È una parola scivolosa, selettiva, usata come una chiave inglese per stringere o allentare i bulloni del diritto internazionale a seconda della mano che la impugna.
L’operazione militare statunitense contro Caracas — bombardamenti notturni, vittime civili, la cattura di un capo di Stato — ha prodotto un fatto politico prima ancora che militare: la sospensione implicita delle regole. Russia, Cina, Iran e gran parte dell’America Latina hanno reagito parlando di violazione della Carta ONU e di crimine internazionale. Non per affinità ideologica con Maduro, ma per una ragione più semplice e più antica: se cade il principio di sovranità, nessuno è più al sicuro.
In questo scenario colpisce, e pesa, la posizione italiana. Giorgia Meloni ha definito l’azione americana “legittima”, collocandola nel quadro della difesa da minacce ibride come il narcotraffico. Subito dopo, però, ha ribadito un’ovvietà che contraddice la premessa: l’uso della forza dall’esterno non è lo strumento adatto per cambiare i regimi totalitari. È una frase vera, ma detta dopo aver giustificato un bombardamento unilaterale su uno Stato sovrano suona come una nota a piè di pagina apposta su una pagina già strappata.
Qui non è in gioco la simpatia o l’antipatia per il chavismo. È in gioco la grammatica delle relazioni internazionali. Parlare di “difesa preventiva” senza mandato ONU significa accettare che la guerra diventi un atto discrezionale, fondato su accuse unilaterali — peraltro mai provate in sede internazionale — e non su regole condivise. È la logica della forza che si autolegittima, la lex fortioris travestita da sicurezza.
Il paradosso è evidente: l’Italia si allinea a Washington ignorando referti elettorali certificati da osservatori internazionali, ex capi di Stato e missioni indipendenti, trattandoli come carta straccia. Conta solo la narrazione del vincitore momentaneo, del presidente di turno degli Stati Uniti. È una rinuncia volontaria alla sovranità politica e critica, mascherata da realismo atlantico.
Non stupisce, allora, che la voce più netta sul fronte interno sia arrivata dall’opposizione. Elly Schlein ha richiamato un principio elementare: nessuna violazione dei diritti umani, nessun regime autoritario autorizza un’azione militare senza mandato internazionale. Non è una difesa di Maduro; è una difesa delle regole. E le regole servono proprio quando i governi non piacciono.
Il punto centrale, infatti, non è il Venezuela. È il mondo che si sta normalizzando sotto i nostri occhi: un mondo in cui i bombardamenti diventano strumenti di polizia internazionale, i rapimenti di capi di Stato atti di giustizia, e la legalità un concetto elastico, buono per i comunicati stampa ma sacrificabile nella pratica.
Quando si accetta questa logica, non si sta scegliendo da che parte stare in un conflitto. Si sta scegliendo di vivere in un ordine globale più instabile, più violento e più arbitrario. Tutto il resto — narcotraffico, elezioni contestate, retorica della sicurezza — sono diversivi. La questione vera è se vogliamo ancora un mondo governato da regole o se abbiamo già accettato, senza dirlo, la legge del più forte.
