Nella Basilica di San Giovanni in Laterano, Leone XIV lava i piedi a dodici sacerdoti e consegna al mondo una meditazione sull’unico potere che il Vangelo riconosce: quello di chi si inginocchia
C’è una parola greca che Leone XIV ha scelto di mettere al centro della sua omelia serale, e che vale la pena fermarsi a guardare prima di andare oltre. È hypódeigma — la parola con cui l’evangelista Giovanni racconta la lavanda dei piedi. Significa, spiega il Papa, «ciò che è mostrato proprio sotto gli occhi». Non un concetto. Non una dottrina. Qualcosa che accade davanti a te, che ti costringe a guardare, che non puoi ridurre a idea perché è corpo, acqua, catino, ginocchia sul pavimento.
Questa scelta — partire dalla parola greca, dall’atto concreto, dall’immagine che non si lascia astrarre — dice già tutto del tono di questa omelia. Leone XIV non ha voluto fare teologia dall’alto. Ha voluto fare teologia dal basso. Dall’unico posto, suggerisce il Vangelo di Giovanni, in cui si vede Dio per quello che è.
Il Dio che non ci serve come vogliamo
Il punto di partenza dell’omelia è una diagnosi spietata della religiosità umana. Leone XIV la affida a una citazione di Benedetto XVI — e la scelta è già un gesto di stile, un segnale di cattolicità piena, di chi non appartiene a una fazione ma a una tradizione: «Sistematicamente desideriamo un Dio del successo e non della Passione». Un Dio che ci faccia vincere. Che sia utile come il denaro e il potere. Che stia dalla nostra parte quando vinciamo e che spieghi perché perdiamo quando le cose vanno male.
È la tentazione più antica del religioso: trasformare Dio in uno strumento. Farne un garante delle proprie ragioni, un avvocato delle proprie cause, un dispensatore di vittorie. La storia delle religioni — e non solo di quella cristiana — è piena di questa tentazione. Dio invocato sulle bandiere delle guerre. Dio messo a fondamento delle oppressioni. Dio usato per santificare ciò che è semplicemente umano, troppo umano.
Il gesto di Gesù che lava i piedi ai suoi discepoli — «nella notte in cui veniva tradito», precisa il Papa con quella aggiunta che cambia tutto — è la più radicale smentita di questa idolatria. Non è il momento del trionfo: è il momento del tradimento imminente, dell’incomprensione totale, della solitudine assoluta. Ed è esattamente lì, in quel buio, che Gesù compie il gesto che rivela chi è Dio. «Il Signore non ci ama perché siamo buoni e puri: ci ama, e perciò ci perdona e ci purifica». Non la logica del merito. La logica del dono.
Leone XIV costruisce qui una distinzione che ha la precisione di un bisturi teologico: Dio non ci ama se ci lasciamo lavare. Ci ama, e perciò ci lava. La misericordia non è condizionata alla nostra disponibilità: la precede, la fonda, la rende possibile. È una differenza che cambia tutto — nella teologia, nell’etica, nel modo di stare con gli altri. Chi ama così non chiede di essere ricambiato: chiede che il dono ricevuto si propaghi. «Dovete lavare i piedi gli uni agli altri».
Pietro e noi
Il momento più narrativamente potente dell’omelia è quello dedicato a Pietro. Leone XIV lo attraversa con velocità ma con esattezza: Pietro che resiste, Pietro che non capisce, Pietro che oppone il suo orgoglio al gesto del Maestro. «Come Pietro, che dapprima resiste all’iniziativa di Gesù, anche noi dobbiamo apprendere sempre di nuovo che la grandezza di Dio è diversa dalla nostra idea di grandezza».
Sempre di nuovo. Non una volta. Non al momento della conversione, della prima comunione, dell’ordinazione sacerdotale. Sempre di nuovo. È la struttura dell’apprendimento spirituale secondo il Vangelo: non un’acquisizione definitiva ma un ritorno continuo alla stessa scena, ogni volta con occhi leggermente diversi, ogni volta scoprendo un nuovo strato di resistenza in sé stessi che non si era visto prima.
Pietro è il discepolo che ama e non capisce. Che protesta e poi chiede di essere lavato dappertutto. Che è coraggioso e poi rinnega tre volte. È l’uomo religioso nel suo momento più onesto: quello in cui si vede per quello che è, con tutte le contraddizioni, e tuttavia non si allontana. «Se non ti lasci lavare, non avrai parte con me». La condizione per seguire Gesù non è la perfezione: è la disponibilità a farsi toccare. A farsi mettere le mani addosso dalla misericordia.
La doppia purificazione
C’è un passaggio dell’omelia che meriterebbe un trattato, e che Leone XIV percorre invece in poche righe dense: la lavanda dei piedi come purificazione non solo dell’immagine di Dio, ma dell’immagine dell’uomo. «Gesù purifica non solo la nostra immagine di Dio dalle idolatrie e dalle bestemmie che l’hanno sporcata, ma purifica la nostra immagine dell’uomo, che si ritiene potente quando domina, che vuole vincere uccidendo chi gli è uguale, che si ritiene grande quando viene temuto».
È una antropologia critica consegnata in tre frasi. L’uomo che si misura con il dominio. L’uomo che si afferma attraverso la distruzione dell’altro. L’uomo che costruisce la propria grandezza sul terrore altrui. È la descrizione di ogni dispotismo, di ogni violenza, di ogni sistema che trasforma il potere in scopo invece che in servizio. E il gesto di Gesù — il Dio in ginocchio, il Signore con il grembiule, il Maestro con il catino — è la più silenziosa e più radicale delle rivoluzioni: non smonta il potere con un altro potere, ma lo rende ridicolo per contrasto. Come si fa a continuare a credere che la grandezza sia dominare, dopo aver visto Dio inginocchiato a lavare i piedi?
Benedetto e Francesco nella stessa pagina
Vale la pena soffermarsi un momento su un dettaglio che potrebbe passare inosservato e che invece è significativo: Leone XIV cita, nella stessa omelia, sia Benedetto XVI che Francesco. Il primo per la diagnosi sull’idolatria del successo. Il secondo — «questo è un dovere che mi viene dal cuore. Lo amo. Amo questo e amo farlo perché il Signore così mi ha insegnato» — per l’obbediente fervore della carità.
Non è una operazione di equilibrismo diplomatico. È qualcosa di più serio: la rivendicazione di una cattolicità che non si lascia ridurre alle fazioni in cui il dibattito ecclesiale contemporaneo ha spesso trasformato i due pontificati precedenti. Leone XIV sembra dire, con questo doppio omaggio, che la tradizione dottrinale di Benedetto e la profezia pastorale di Francesco non sono in contraddizione: sono due facce della stessa lavanda dei piedi. Uno ha spiegato perché Dio non è il Dio del successo. L’altro ha mostrato come si fa a lavare i piedi con gioia invece che per obbligo.
Il ginocchio dell’umanità
Il finale dell’omelia è il momento in cui la meditazione biblica si apre sulla storia e sul mondo. «Davanti a un’umanità in ginocchio per molti esempi di brutalità, inginocchiamoci anche noi come fratelli e sorelle degli oppressi». È una frase che arriva dopo pagine di teologia e la dilata improvvisamente verso l’esterno, verso la cronaca, verso i volti che questa Settimana Santa popolano le notizie: i feriti, i profughi, le vittime delle alluvioni e delle guerre, i corpi recuperati dai gommoni nel Mediterraneo.
Leone XIV non li nomina. Non è una omelia politica. Ma quella frase — «un’umanità in ginocchio per molti esempi di brutalità» — è un’apertura deliberata verso tutto ciò che fuori dalla basilica sta accadendo. E la proposta non è la solidarietà come gesto caritatevole dall’alto, ma l’inginocchiarsi insieme, «come fratelli e sorelle degli oppressi». Non accanto ai poveri. Con i poveri. Nella stessa postura. Sullo stesso pavimento.
È la teologia della lavanda dei piedi applicata alla geopolitica. Non il potente che aiuta il debole restando in piedi. Il credente che scende allo stesso livello di chi soffre e riconosce in quel livello il posto in cui Dio ha scelto di stare.
San Giovanni in Laterano
C’è anche una scelta topografica che questa sera conta. Leone XIV ha presieduto la Messa Crismale stamane nella Basilica Vaticana — il cuore del potere pontificio. La Messa della Cena del Signore l’ha celebrata a San Giovanni in Laterano — la cattedrale del Vescovo di Roma, la chiesa madre di tutte le chiese, quella che porta l’iscrizione Omnium urbis et orbis ecclesiarum mater et caput. Non il simbolo del papato universale, ma il simbolo del vescovo locale. Del pastore di una diocesi concreta, con i suoi sacerdoti, le sue parrocchie, i suoi fedeli.
Un papa che lava i piedi a dodici sacerdoti della Diocesi di Roma nella sua cattedrale, e non nella basilica del suo potere universale, sta dicendo qualcosa con il corpo prima ancora che con le parole. Sta dicendo: sono qui. Sono il vostro vescovo. Il servizio comincia da casa.
È il hypódeigma di questa sera. Quello mostrato proprio sotto gli occhi. E non si può non guardare.
La Messa della Cena del Signore, primo Giovedì Santo del nuovo pontificato: un’omelia che smonta ogni idolatria del successo, cita Benedetto XVI e Francesco nella stessa pagina, e dice all’umanità in ginocchio per la brutalità che esiste un altro modo di stare in ginocchio. Quello di chi lava i piedi
