Per tre decenni, la diplomazia americana ha lavorato con pazienza per costruire un rapporto speciale con l’India. Bill Clinton aveva gettato le basi, definendo Washington e Nuova Delhi “alleati naturali”. George W. Bush aveva parlato di “fratelli nella causa della libertà”. Barack Obama e Joe Biden avevano elevato la relazione a “patto globale che definirà il secolo”.
Dietro a queste formule non c’erano solo parole. Per gli Stati Uniti, l’India era il mercato emergente più promettente, il contrappeso naturale alla Cina, un partner strategico nella sicurezza indo-pacifica, una democrazia capace di rafforzare l’ordine internazionale fondato sulle regole. Per l’India, il percorso non era stato meno impegnativo: superare il risentimento verso l’Occidente maturato nel secolo coloniale britannico, e dissipare la diffidenza nata dalla Guerra fredda, quando Washington aveva armato e finanziato il Pakistan.
Tutto questo lavoro paziente, costruito in trent’anni, è stato spazzato via da Donald Trump in una sola stagione.
Lo strappo con Modi
A maggio, Trump ha rivendicato di aver posto fine a un breve conflitto tra India e Pakistan. Ma Nuova Delhi considera la disputa con Islamabad una questione bilaterale, e la mossa ha umiliato Narendra Modi, che aveva costruito la sua immagine di leader globale anche sull’amicizia personale con “my friend Donald Trump”. L’umiliazione è stata aggravata dall’incontro di Trump con il capo dell’esercito pakistano Syed Asim Munir, accusato dagli stessi Stati Uniti di sostenere il terrorismo internazionale.
Come se non bastasse, Trump ha definito l’economia indiana “morta” e imposto tariffe punitive fino al 50% sulle importazioni, colpendo settori cruciali.
L’illusione infranta
Per anni, l’India si era cullata nell’illusione di un legame speciale tra Modi e Trump. I media pro-governativi avevano celebrato la “chimica” tra i due leader, fino al punto che Modi, rompendo la tradizione apartitica della politica estera indiana, arrivò a sostenere la rielezione di Trump nel 2020. Joe Biden, una volta eletto, scelse di ignorare quell’affronto, mantenendo il partenariato strategico.
Ma oggi è proprio Trump a mettere a rischio quell’architettura, incrinando l’immagine globale di Modi con una brutalità che l’opposizione indiana non era mai riuscita a infliggere.
Conseguenze geopolitiche
Le tariffe americane rischiano di devastare le imprese indiane, rallentando la crescita e alimentando tensioni interne. Ma il danno più grave è politico: per la prima volta da decenni, le diverse fazioni dell’India, solitamente divise, si sono ritrovate unite in un risentimento comune verso Washington.
Questo apre scenari inediti. Modi, isolato sul fronte occidentale, si prepara a visitare Pechino per la prima volta dopo sette anni. Al vertice regionale incontrerà Xi Jinping e Vladimir Putin. Un gesto che potrebbe segnare una svolta: da alleato naturale degli Stati Uniti a interlocutore pragmatico della Cina.
Chi perde di più
Paradossalmente, il colpo di Trump potrebbe rivelarsi più costoso per Washington che per Nuova Delhi. L’India è oggi la quarta economia mondiale, con un vasto mercato interno e una rete di relazioni globali che le consentono di resistere al ricatto delle tariffe.
Gli Stati Uniti, invece, rischiano di aver bruciato un capitale politico raro: la fiducia di un paese che per decenni li aveva guardati con sospetto, ma che stava iniziando a riconoscerli come partner. È questo capitale di fiducia, più ancora degli scambi commerciali, a essersi frantumato.
L’eredità dei leader
Trump e Modi, due leader dominati dalla logica della personalità, hanno subordinato la politica estera ai propri calcoli interni. Ma quando i due svaniranno dalla scena, resteranno due nazioni obbligate a ricostruire dalle macerie di questa stagione.
La vera domanda è se, una volta terminata l’era dei leader forti, India e Stati Uniti saranno capaci di emanciparsi dalle loro eredità e di tornare a pensarsi non come strumenti delle ambizioni personali, ma come partner strategici di lungo periodo.