Azione terrorista in Niger senza rivendicazione
Nella notte tra il 28 e il 29 gennaio – ma la notizia viene rilanciata solo ora in Italia – l’aeroporto internazionale Diori Hamani di Niamey — insieme alla base militare 101 che condivide le piste — è stato colpito da un’incursione armata: colpi d’arma da fuoco, esplosioni, traccianti nel cielo, il lessico ormai tipico del Sahel quando la guerra si presenta in forma di raid e non di battaglia. Il bilancio ufficiale nigerino parla di almeno 20 assalitori uccisi, 11 catturati e 4 soldati feriti.
Ma ciò che rende l’episodio più grande della sua cronaca — e degno di terza pagina — è che non è stato attaccato solo uno scalo: è stato messo alla prova un intero dispositivo di legittimazione. Nel Sahel l’ordine pubblico non è mai soltanto ordine: è politica allo stato puro, perché la “sicurezza” è la moneta con cui le giunte misurano la propria promessa di sovranità e con cui i nuovi protettori esterni comprano credito.
Il “teatro” della forza: Mosca, Niamey e la politica della rivendicazione
Due giorni dopo, una nota russa ha rivendicato il contributo dei propri uomini accanto alle forze nigerine nel respingere l’assalto: non un dettaglio, ma una scelta di stile. La Russia, dopo il cambio d’epoca che ha trasformato la presenza “privata” in presenza più istituzionalizzata, ha bisogno che il suo Corpo Africa non sia soltanto efficace: deve essere visibile, cioè spendibile come prova che l’Occidente arretra e Mosca “resta”.
È un paradosso che il Cremlino conosce bene: più la protezione diventa comunicazione, più ogni attacco futuro diventa referendum. Per questo la visita sul posto del generale Abdourahamane Tiani e del ministro della Difesa — con elogi pubblici ai “partner russi” — è parte integrante dell’evento quanto lo scontro stesso.
Nel Sahel, la fotografia è quasi un’arma: non uccide, ma governa.
Il bersaglio vero: infrastrutture critiche, simboli, e un’ombra chiamata “uranio”
Che cosa cercassero davvero gli assalitori resta materia di nebbia operativa: diverse fonti, in giorni diversi, hanno attribuito o ipotizzato la mano di sigle jihadiste (tra sospetti iniziali su JNIM/EIS e successive rivendicazioni attribuite all’ISIS/ISSP).
Ma la logica del colpo è trasparente: colpire un aeroporto significa colpire il nervo dello Stato — traffici, comandi, rotazioni militari, immagine di controllo.
Qui entra l’elemento che trasforma Niamey in caso internazionale: nei pressi della base si parla da giorni di depositi sensibili e, soprattutto, delle mille tonnellate di ossido di uranio (“yellowcake”) legate alla controversia tra le autorità nigerine e il gruppo francese Orano dopo il sequestro del materiale proveniente da Arlit.
Che l’uranio fosse davvero l’obiettivo o solo un accelerante narrativo, poco cambia: basta che il mondo creda che possa esserlo perché premi assicurativi, rischio logistico e percezione di instabilità facciano il loro lavoro.
Accuse esterne e consenso interno: quando la minaccia serve anche a compattare
Tiani ha scelto la linea più dura: ha accusato apertamente Francia, Benin e Costa d’Avorio, chiamando in causa i rispettivi presidenti come ispiratori dell’assalto. È la grammatica classica della politica securitaria: esternalizzare il nemico per rafforzare l’unità interna, giustificare nuove alleanze e rendere “patriottico” ogni irrigidimento.
Nel Sahel, l’anti-francesismo non è solo risentimento post-coloniale: è collante di regime.
L’Italia nel perimetro: restare “gli ultimi” significa anche diventare un segnale
C’è poi la dimensione italiana, spesso trattata come nota a margine e invece centrale: la base 101 ospita anche il contingente della missione bilaterale italiana (MISIN), uno degli ultimi presìdi occidentali rimasti nel Niger dopo le espulsioni e i riallineamenti decisi dalla giunta. Questo fa dell’Italia un attore esposto: non al centro della scelta strategica nigerina, ma dentro il suo raggio di conseguenze.
In un’area dove le alleanze sono messaggi, la sola permanenza italiana diventa significante: per alcuni “ponte” residuo con l’Europa, per altri anomalia da mettere sotto pressione, per altri ancora garanzia tecnica finché utile.
Il punto politico: una vittoria tattica non è una stabilizzazione
Difendere un aeroporto può riuscire; stabilizzare un Paese è un’altra partita. La minaccia saheliana non si presenta come esercito regolare ma come rete mobile che sfrutta frontiere porose, economie criminali e fratture comunitarie. Perciò l’“efficacia” di un partner esterno — russo o altro — è sempre parziale: può moltiplicare la reazione, non sostituire la costruzione di legittimità e servizi. E se la sicurezza diventa soprattutto narrazione, allora ogni nuovo colpo pesa doppio: come danno materiale e come smentita simbolica.
Niamey, oggi, è questo: un aeroporto chiuso o vulnerabile non è solo un problema di piste e hangar. È un indice della sovranità reale. E la sovranità, nel Sahel, è la cosa più contesa: perché chi la “garantisce” finisce per orientare anche infrastrutture, rotte, contratti, risorse — e il vocabolario stesso con cui un popolo è invitato a leggere il proprio destino.
