Trump lancia la pietra e nasconde la mano. Dopo aver aizzato la folla, non garantisce la protezione

C’è qualcosa di moralmente stonato, e persino di tragicamente ironico, nel momento in cui il potente di turno invita un popolo oppresso a sollevarsi, salvo poi riconoscere — quasi con realismo tardivo — che chi scende in piazza verrà falciato dalle mitragliatrici. La vicenda delle parole di Donald Trump sull’Iran si concentra interamente in questa dissonanza: prima l’incoraggiamento quasi teatrale alla presa del potere da parte del popolo iraniano, poi la constatazione che quel popolo, se davvero provasse a muoversi, sarebbe represso nel sangue. È difficile immaginare una rappresentazione più nitida della distanza che talvolta separa la retorica della liberazione dalla verità concreta delle vite umane.

Per giorni il presidente americano aveva lasciato intendere che la guerra potesse aprire una breccia storica, una di quelle svolte improvvise in cui il regime si sfalda, il popolo si alza e la storia cambia volto. Era la fantasia, antica e ricorrente, di una liberazione quasi spontanea favorita dalla pressione militare esterna: il tiranno cade, la piazza si accende, il nuovo ordine nasce sotto il segno della gratitudine verso chi ha “creato le condizioni”. Ma la storia reale, specialmente in Medio Oriente, raramente si lascia ridurre a questo copione consolatorio. E infatti Trump, quasi costretto dagli eventi, ha dovuto ammettere ciò che era evidente sin dall’inizio: che il regime iraniano non è un’architettura di cartone, che dispone di apparati armati, di reti di repressione, di milizie, di uomini pronti a sparare su cittadini disarmati. In altre parole, che il coraggio del popolo non basta quando il potere ha già deciso di rispondere con la morte.

Il punto più drammatico è proprio questo. L’invito alla ribellione, pronunciato da lontano, può suonare nobile nelle stanze del potere o nei salotti televisivi occidentali; ma, nella vita concreta di Teheran, di Shiraz, di Isfahan, significa chiedere a uomini e donne senza armi di esporsi a una repressione brutale. Significa trasformare il desiderio di libertà altrui in un argomento strategico proprio. Significa, in fondo, spingere altri verso il martirio mentre si resta al riparo della distanza geografica, dell’impunità politica, della superiorità militare. È una forma sottile di cinismo, tanto più grave quanto più si veste di linguaggio liberatore.

Non si tratta, beninteso, di negare la durezza del regime iraniano, né di romantizzare una teocrazia che da anni reprime dissenso, pluralismo e libertà fondamentali. Sarebbe irresponsabile non vedere la brutalità di un sistema che ha mostrato più volte di sapersi conservare col sangue. Ma proprio perché il regime è duro, radicato, armato e feroce, il linguaggio della “rivolta liberatrice” dovrebbe essere usato con estrema cautela. Invece, nelle parole di Trump, esso appare spesso come un accessorio della guerra: prima si colpisce, poi si annuncia che il popolo potrà prendersi il Paese, infine si constata che quel popolo rischia di essere massacrato. Non è strategia della libertà; è improvvisazione della speranza altrui.

Anche il successivo ammorbidimento di Benjamin Netanyahu dice qualcosa. Quando persino chi aveva più esplicitamente evocato il crollo interno del regime sente il bisogno di frenare, di riconoscere che non vi è alcuna certezza sulla capacità del popolo iraniano di abbattere il potere clericale, allora appare con ancora maggiore evidenza l’ambiguità di una guerra presentata come incubatrice quasi automatica di un nuovo ordine. La verità è che i regimi non cadono sempre quando sono indeboliti militarmente; talvolta, al contrario, si irrigidiscono, si militarizzano ulteriormente, sfruttano il conflitto per stringere la presa sulla società. E le popolazioni, in quei momenti, non diventano necessariamente protagoniste di un risveglio democratico: possono diventare ostaggi di una doppia violenza, quella del proprio governo e quella della guerra che incombe dall’esterno.

Intanto il prezzo sale. Il conflitto ha già prodotto migliaia di morti, soprattutto in Iran e in Libano, centinaia di migliaia di sfollati, distruzione, paura, caos energetico, tensioni diffuse ben oltre il teatro immediato delle operazioni. Lo Stretto di Hormuz, arteria decisiva per il petrolio mondiale, è divenuto un punto di soffocamento globale. E come spesso accade, la guerra non resta dove comincia: si allarga ai mercati, alle case, ai prezzi dell’energia, alla vita quotidiana di popoli lontani. L’illusione di una guerra “chirurgica”, confinata, ordinata, si rivela ancora una volta per ciò che è: un mito di laboratorio, smentito dalla realtà delle conseguenze.

In tutto questo vi è un particolare che dovrebbe inquietare profondamente ogni coscienza morale: mentre si promette liberazione, si continua a bombardare; mentre si evoca il popolo come soggetto del cambiamento, il popolo reale si trova schiacciato tra apparati repressivi, manifestazioni governative obbligate, esplosioni nei pressi dei cortei, minacce di rappresaglia e impossibilità concreta di esprimere dissenso. È l’ennesima dimostrazione che la guerra, anche quando viene giustificata in nome di obiettivi alti, finisce spesso per sottrarre spazio proprio a coloro che pretende di salvare.

Da un punto di vista cristiano e umanistico, qui si impone una distinzione essenziale. Una cosa è sostenere il diritto dei popoli alla libertà e denunciare la violenza dei regimi. Altra cosa è trasformare quel diritto e quella sofferenza in materiale retorico per una campagna militare. Il desiderio di liberazione del popolo iraniano è reale, e la sua storia recente lo dimostra. Ma non può diventare il paravento morale di una strategia che alterna annunci messianici e improvvisi realismi, promesse di crolli imminenti e ammissioni tardive sulla forza della repressione. Quando il potente parla della libertà degli altri, la prima prova della sua sincerità è la misura con cui pesa il sangue che quegli altri dovranno versare.

C’è poi un’altra ombra, non secondaria. La guerra viene raccontata come un’opera di indebolimento del male, ma finisce per nutrire nuovi circuiti di instabilità: il Libano si incendia, Beirut viene intimidita persino con volantini di guerra psicologica, le infrastrutture civili entrano nell’orbita dei bombardamenti, la popolazione fugge, l’economia mondiale vacilla, la Russia ricava ossigeno dalla crisi energetica, e persino gli alleati occidentali si dividono sul modo di contenere gli effetti collaterali del conflitto. Si colpisce un nemico e si rafforzano altre ombre. Si vuole isolare una minaccia e si allarga il campo del disordine.

Per questo l’episodio delle parole di Trump, così oscillanti tra enfasi e disincanto, merita di essere letto come un sintomo. Non soltanto del suo stile politico, da sempre inclinato alla sovrapposizione di forza verbale e tattica mutevole, ma di una più generale crisi morale dell’Occidente politico, sempre tentato di usare il lessico della liberazione senza assumere fino in fondo la responsabilità delle sue conseguenze. È facile dire a un popolo: “prendetevi il vostro Paese”. Molto più difficile è fermarsi davanti alla verità che quel popolo, se ci prova, può essere decimato nelle strade.

Ecco allora la domanda decisiva: chi paga il prezzo delle parole dei potenti? Non chi le pronuncia, ma chi le riceve nella carne della storia. Non chi appare davanti ai microfoni, ma chi vive sotto i droni, sotto i missili, sotto le pattuglie, sotto il ricatto della paura. Quando una ribellione viene invocata da fuori senza che esistano le condizioni reali per sostenerla, proteggerla, accompagnarla, allora quella invocazione smette di essere promessa e diventa tentazione irresponsabile.

La vicenda iraniana, in questi giorni, ricorda con durezza una verità che il pensiero cristiano non dovrebbe mai dimenticare: la libertà dei popoli non è una scenografia per la potenza. Non si comanda come una manovra militare, non si decreta da uno studio radiofonico, non si improvvisa come slogan di guerra. Chiede tempo, coraggio, corpi esposti, relazioni, pazienza storica, e soprattutto chiede che nessuno giochi con il sacrificio degli altri.

Per questo, più che l’ennesima retorica sul regime che cadrà o sulla vittoria che sarebbe dietro l’angolo, servirebbe oggi una politica capace di rispetto per la verità umana della situazione: un popolo ferito, un regime armato, una guerra che si allarga, una regione che sanguina, un mondo che trema. Tutto il resto, se non si misura con questa realtà, rischia di essere soltanto eloquenza della forza. E la forza, quando pretende di parlare in nome della libertà senza farsene davvero carico, finisce quasi sempre per tradirla.