Quando il linguaggio prepara l’esclusione
Il razzismo contemporaneo non si presenta più con l’odore acre delle leggi razziali. Ha imparato a parlare in modo corretto, amministrativo, apparentemente neutro. Dice immigrati, non dice neri. Dice sicurezza, non dice musulmani. Dice interesse nazionale, non dice esclusione. È un razzismo che ha studiato la Costituzione e ha imparato ad aggirarla senza violarla formalmente.
Questa mutazione linguistica è oggi il tratto distintivo delle destre radicali europee. Non si attaccano più le persone per ciò che sono, ma per ciò che rappresenterebbero. Non individui, ma categorie. Non storie, ma flussi. È il passaggio decisivo: quando l’essere umano diventa un problema astratto, può essere spostato, confinato, eliminato simbolicamente senza che nessuno si senta colpevole.
In Italia questa dinamica è stata evidente nella retorica di Giorgia Meloni prima di diventare presidente del Consiglio. L’“immigrazione” veniva presentata non come fenomeno storico e geopolitico, ma come minaccia identitaria. Un pericolo per la “normalità”, per la cultura, per la sicurezza. Una narrazione che non nominava mai la razza o la religione, ma che aveva un bersaglio chiaro: corpi poveri, spesso neri, spesso musulmani. Una volta al governo, il linguaggio si è fatto più istituzionale, ma la grammatica profonda non è cambiata.
Il caso Albania è figlio diretto di questa ideologizzazione. Non è una soluzione pragmatica, ma una rappresentazione politica. Spostare i migranti fuori dallo spazio simbolico europeo serve a ribadire un messaggio: non siete parte del nostro orizzonte morale. Non cittadini, non persone da integrare, ma problemi da collocare altrove. È una politica che nasce per parlare all’elettorato, non per risolvere una questione. Ed è qui che il confine tra gestione e disumanizzazione diventa pericolosamente sottile.
Il progetto politico annunciato da Roberto Vannacci, significativamente battezzato Futuro Nazionale, si inserisce in questo solco con maggiore brutalità ideologica. Qui il linguaggio non è più solo difensivo, ma selettivo. Non si limita a respingere, ma ridefinisce chi ha diritto di esistere pienamente nello spazio pubblico. È la versione italiana di ciò che in Germania rappresenta AfD: una destra che non chiede più consenso per governare tutti, ma per governare controqualcuno.
Questa radicalizzazione non si ferma ai migranti. Come ogni ideologia dell’esclusione, ha bisogno di allargare il campo. Oggi sono gli immigrati. Domani i poveri. Poi le minoranze religiose, culturali, sociali. La logica è sempre la stessa: ridurre l’umanità dell’altro per rendere accettabile la sua marginalizzazione.
È lo stesso schema che vediamo riprodursi su scala globale a Gaza. Qui l’esclusione diventa progetto geopolitico: i palestinesi non come popolo con diritti, ma come ostacolo. La prospettiva che emerge da alcune proposte internazionali è inquietante nella sua chiarezza: i gazawi non come cittadini di un futuro Stato, ma come forza lavoro subordinata, quando va bene; come massa da espellere, quando va male. La “Riviera” promessa ai ricchi è l’altra faccia della povertà forzata di chi dovrebbe sparire dal quadro.
Il filo che unisce questi scenari non è la contingenza, ma il linguaggio. Quando una politica comincia a parlare di esseri umani come eccedenze, quando trasforma la fragilità in colpa e la povertà in minaccia, sta preparando il terreno per qualcosa di più grave. Perché prima si esclude con le parole, poi con le leggi, infine con i fatti.
Dire immigrati al posto di inermi, dire sicurezza al posto di paura, dire futuro al posto di chiusura non cambia la sostanza. La storia europea lo insegna con crudele precisione: le grandi esclusioni non iniziano mai con la violenza, ma con un lessico accettabile.
Ed è per questo che “davvero è troppo” non è uno sfogo morale, ma un giudizio politico. Perché una democrazia non muore quando qualcuno infrange la Costituzione, ma quando la svuota dall’interno, usando parole formalmente lecite per negarne lo spirito.
