Bisogna guardarlo, quel video. Guardarlo tutto, fino in fondo, senza distogliere gli occhi. Venti persone intorno a un uomo seduto alla Resolute Desk. Alcuni gli posano le mani sulle spalle. Uno — Greg Laurie — invoca ad alta voce protezione e guida divina per il presidente e per il Paese. Fuori da quella stanza, in quel preciso momento, i bombardieri B-2 Spirit stanno ancora completando le loro missioni sull’Iran. Centosessantanove persone sono già morte nel Jonglei. Il mondo brucia.

E loro pregano per il «buon esito della guerra».

Una domanda semplice

Permettetemi di cominciare con la domanda più elementare, quella che ogni catechista farebbe a un bambino di prima media: a quale Dio stavano pregando?

Non è una domanda retorica. È la domanda teologicamente più seria che si possa porre davanti a questa scena. Perché il Dio della Bibbia — quello del Vecchio e del Nuovo Testamento, quello che Gesù di Nazaret ha chiamato «Padre» — ha un curriculum piuttosto esplicito in materia di guerra, di potere e di chi si aspetta di trovarlo tra le vittime e chi tra i carnefici.

«Beati i miti, perché erediteranno la terra.» «Beati i pacifici, perché saranno chiamati figli di Dio.» «Amate i vostri nemici.» «Rimetti la spada al suo posto: tutti quelli che prendono la spada, periranno di spada.»

Quest’ultima frase — lo ricordo per chi l’avesse dimenticata — la dice Gesù stesso, nel Getsemani, quando Pietro vuole difenderlo con la violenza. Non la dice ai romani. La dice al suo discepolo. Non è un consiglio pastorale per tempi di pace. È una legge strutturale dell’esistenza umana, pronunciata nel momento più drammatico della storia della salvezza.

Dunque: a quale Dio pregavano, il 5 marzo 2026, nello Studio Ovale?

Il problema non è pregare con un presidente

Sia chiaro: non è scandaloso pregare con un capo di Stato. La preghiera per i governanti è esplicitamente raccomandata dalla Scrittura. «Supplico dunque, prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere» — scrive Paolo a Timoteo (1Tm 2,1-2). E la tradizione cristiana ha sempre incluso la preghiera per le autorità civili nella liturgia.

Ma c’è una differenza abissale tra pregare per un presidente — chiedendo a Dio di illuminarlo, convertirlo, guidarlo verso la giustizia — e pregare con un presidente per il successo di una guerra. La prima è intercessione cristiana. La seconda è qualcos’altro. La seconda ha un nome antico, che la teologia conosce bene: idolatria civile. O, nel suo grado più estremo: teologia della guerra giusta trasformata in benedizione della guerra voluta.

Paula White Cain e il Vangelo della prosperità.

L’organizzatrice di questo rito — perché di rito si tratta, cadenzato annualmente come una festa liturgica — è Paula White Cain, telepredicatrice del cosiddetto prosperity gospel, il Vangelo della prosperità. Per chi non lo conoscesse: è quella teologia — se merita questo nome — che insegna che Dio benedice i fedeli con salute e ricchezza, che il successo materiale è segno della grazia divina, e che la povertà è, implicitamente, il risultato di una fede insufficiente.

Non è una posizione marginale. È una delle correnti più diffuse del protestantesimo americano, con decine di milioni di fedeli e miliardi di dollari di giro d’affari. Ed è teologicamente, storicamente e scritturisticamente incompatibile con il Vangelo di Gesù Cristo.

Gesù era povero. Scelse la povertà. Disse che era più facile per un cammello passare per la cruna di un ago che per un ricco entrare nel Regno di Dio. Disse che i poveri sono beati. Disse di vendere tutto e dare ai poveri. Disse — e questa è forse la cosa più scomoda — che verrà a giudicarci su come abbiamo trattato «il più piccolo di questi miei fratelli»: l’affamato, l’assetato, lo straniero, il malato, il carcerato.

Nessuna di queste parole è compatibile con il prosperity gospel. Nessuna. Eppure è questa donna — la sacerdotessa di una teologia che Gesù avrebbe probabilmente smontato versetto dopo versetto — a organizzare la preghiera ufficiale alla Casa Bianca.

Robert Jeffress, Ralph Reed, Gary Bauer.

I nomi che si riconoscono nel cerchio non sono figure oscure. Sono esponenti di primo piano dell’evangelicalismo politico americano, quel mondo che da quarant’anni lavora per saldare in un unico blocco identitario la fede cristiana, il patriottismo americano e il Partito Repubblicano.

Robert Jeffress ha dichiarato pubblicamente che Dio ha dato a Trump l’autorità per «distruggere» Kim Jong-un — citando Romani 13, il testo di Paolo sull’obbedienza alle autorità, strappandolo dal suo contesto con una disinvoltura esegetica che lascia senza parole. È la stessa logica applicata ora all’Iran: l’America è il braccio armato della provvidenza divina, e chi guida l’America esercita un mandato celeste.

È una teologia. Si chiama civil religion nella sua versione mite, nazionalismo cristiano nella sua versione compiuta. E ha un precedente storico preciso, che ogni cristiano dovrebbe conoscere: si chiama Deutsche Christen — i Cristiani Tedeschi degli anni Trenta, quei pastori protestanti che benedirono il regime di Hitler in nome della provvidenza divina e della grandezza della nazione.

Non sto equiparando Trump a Hitler. Sto equiparando una struttura teologica a un’altra struttura teologica. E quella struttura — Dio che benedice il potere nazionale, il presidente come unto del Signore, la guerra come missione divina — è la stessa. Esattamente la stessa.

Il tradimento delle Beatitudini.

Il nodo non è politico. Non mi interessa qui fare analisi geopolitica. Il nodo è cristologico: cosa succede al Vangelo quando viene arruolato dal potere?

Succede quello che Dostoevskij aveva visto con una lucidità profetica nel racconto del Grande Inquisitore: Cristo torna, e la Chiesa lo arresta. Perché Cristo è scomodo. Perché le sue parole — «mettete la spada nel fodero», «amate i vostri nemici», «beati i pacifici» — non sono compatibili con nessuna strategia di potenza, con nessuna geopolitica, con nessuna benedizione alle bombe.

Quei venti pastori nello Studio Ovale hanno tradito il Vangelo. Non per malvagità, forse: per quella forma sottile e pericolosissima di idolatria che consiste nel confondere il proprio Paese con il regno di Dio, il proprio presidente con l’unto del Signore, i propri nemici con i nemici di Dio.

Dietro di loro — non lo vedono, ma c’è — c’è la sagoma di Gesù nel Getsemani che dice a Pietro: «Rimetti la spada al suo posto.»

Una parola finale, da cristiano.

Non scrivo questo elzeviro da posizione neutrale. Lo scrivo da sacerdote cattolico che crede nel Vangelo che quei pastori dichiarano di predicare. E proprio per questo non posso tacere.

L’America ha il diritto — come ogni nazione — di difendere i suoi interessi. Ma nessuna nazione ha il diritto di trasformare quella difesa in crociata. Nessun presidente ha il diritto di farsi benedire nel nome di Cristo mentre firma ordini di bombardamento. E nessun pastore — nessuno, qualunque sia la sua denominazione — ha il diritto di prestare il nome di Gesù a quella cerimonia.

Perché Gesù non era nella Resolute Desk il 5 marzo 2026. Gesù era a Teheran, sotto le bombe. Era nel Jonglei, nel sangue. Era nella donna incinta che è morta all’ospedale di Abyei.

Era, come sempre, «nel più piccolo di questi miei fratelli».

E nessuno di quelli che erano in quello Studio Ovale pregava per lui.