Sant’Alfonso, il Regolamento napoletano e la differenza tra ferita ecclesiale e rivendicazione
STORIA: Si dice spesso – con una formula efficace ma un po’ pigra – che sant’Alfonso Maria de’ Liguori “fu tradito dai suoi”. La frase nasce da un episodio reale e doloroso, ma rischia di trasformare una vicenda complessa in un copione da romanzo: buoni e cattivi, fedeli e infedeli. La storia, invece, è più istruttiva proprio perché è più ambigua: mostra che la vera prova di un fondatore non è l’avvio dell’opera, ma il modo in cui accetta di non possederla più.
Si chiama “tradimento” ciò che, in realtà, fu anche un conflitto di epoche e di poteri. Il nodo storico è il cosiddetto “Regolamento” (1779–1780): un assetto giuridico nato sotto la pressione dell’autorità civile del Regno di Napoli, nel momento in cui lo Stato pretendeva di “mettere ordine” negli istituti religiosi, piegandone forme e procedure a esigenze amministrative e politiche. In quel contesto sant’Alfonso, ormai anziano, provato e malato, fu trascinato dentro una procedura che portò all’adozione di norme incompatibili con la Regola pontificia approvata per i Redentoristi da Benedetto XIV (1749), cioè con l’atto fondativo “ecclesiale” dell’Istituto. La storiografia redentorista registra con chiarezza quella frattura: il “Regolamento” risultò inconciliabile con la Regola approvata da Roma.
Fu “tradimento”? Dipende da che cosa si intende per tradimento. In alcuni racconti posteriori – soprattutto divulgativi – la scena è quella di un fondatore quasi cieco e stremato che “firma” o “accetta” un testo alterato, indotto da consiglieri o confratelli ansiosi di trovare una via d’uscita pratica per evitare guai con la monarchia. Ed è vero che la vicenda generò in Alfonso una sofferenza acuta, perché egli percepì di essere stato mal servito, male informato e condotto verso un compromesso che Roma non poteva avallare. La memoria popolare ha chiamato tutto questo “tradimento”.
Ma la realtà più sobria è più istruttiva: non fu una congiura di figli contro il padre, bensì l’effetto di una collisione tra fedeltà carismatica e pressione politico-istituzionale, gestita male proprio quando il fondatore non aveva più le forze per governare come prima. In tale quadro, ciò che merita di essere osservato non è soltanto l’errore, ma la reazione. Alfonso non reagì rompendo la comunione: reagì soffrendo, pregando e restando dentro la Chiesa, mentre l’ingerenza civile – come spesso accade in quelle stagioni storiche – veniva letta con crescente severità dall’autorità ecclesiastica. (Qui sta la differenza che conta, più dei dettagli.)È a questo punto che l’elzeviro smette di essere cronaca e diventa discernimento. Alfonso non trasformò la ferita in rivendicazione. Non fece della propria autorità fondazionale un principio superiore alla mediazione ecclesiale. Non cercò una “propria” via di salvezza istituzionale. Rimase, fino alla fine, un uomo che aveva capito una cosa decisiva: il carisma non è proprietà del fondatore. È della Chiesa.
Ed è proprio questo il punto quando, con prudenza e senza spirito di tribunale, si osservano casi contemporanei che hanno segnato altri istituti. Qui la questione non è più l’urto con lo Stato (che pure può esistere), ma il rapporto con l’autorità ecclesiale e con le forme concrete della comunione istituzionale: visite, commissariamenti, governo straordinario, riorganizzazioni. Nel caso di un iniziatore storico in quel di Frigento, l’intervento del 2013 attesta misure di governo straordinario; e, secondo quanto riportato da più fonti giornalistiche e di informazione ecclesiale nel 2025, si è parlato di dispensa dai voti e incardinazione nel clero secolare.
Ora, qui non si assolve né si condanna. A questo ci pensa Dio, la storia, la Chiesa e la Magistratura…
Ma può dire una verità di stile, che è anche una verità ecclesiale: la crisi del fondatore è sempre, prima di tutto, una crisi di appartenenza. Sant’Alfonso visse l’umiliazione senza convertirla in scisma dell’anima. Subì l’opacità di un passaggio storico e la pagò con dolore personale; tuttavia la sua risposta restò dentro le coordinate della vita religiosa: obbedienza come forma della libertà e carisma come bene comune. La sua credibilità morale, proprio perché ferita, divenne più limpida: non difese se stesso; difese la Chiesa.
Quando invece, in un istituto, la crisi del fondatore diventa crisi di comunione che si estende ai membri religiosi e laici – fino a scelte che segnano una separazione netta dall’appartenenza religiosa – il cono d’ombra non nasce tanto dal fatto che un uomo sia caduto (tutti possono cadere), quanto dal fatto che venga messo in discussione il principio decisivo: il carisma è più grande del fondatore. E, perciò, anche le opere, i beni, le case, le relazioni non possono essere vissuti ad personam o come estensione del proprio ruolo; devono restare nella logica ecclesiale della consegna.
Ecco la differenza, in fondo: tra chi, pur fra errori e sofferenze, si lascia giudicare dalla Chiesa, e chi finisce per cercare un esito in cui la Chiesa appare soprattutto come ostacolo.
Il “Papa persecutore” quindi mi accodo al corifeo dei detrattori, oppure i “frati traditori” – per aver obbedito alla Chiesa (e magari più di altri servito lo stesso Istituto) da ostracizzare.
Alfonso non fu “tradito” nel modo in cui lo è un sovrano deposto; fu piuttosto provato nel modo in cui lo è un santo: quando il carisma, per sopravvivere, chiede al fondatore l’ultima rinuncia, la più dura: rinunciare a possedere persino la propria opera.
Di questo, purtroppo, non abbiamo esempi recenti.
Come disse Luigi XV alla fine del suo lungo e disastroso regno: Après moi, le déluge (dopo di me, venga il diluvio).
