Napoli sperimenta la fragilità della bellezza

Napoli oggi ha visto una cosa che non dovrebbe accadere mai: la bellezza trasformata in emergenza, la memoria in cenere, la cultura in fumo nero che sale tra i palazzi di via Chiaia. “Il Teatro Sannazaro non c’è più”, hanno detto i vigili del fuoco. E in quella frase c’è l’essenziale: non la cronaca di un incendio, ma la percezione fisica di una perdita collettiva.  

Perché un teatro non è un edificio: è un patto. È la città che, per due ore o per due minuti, accetta di sospendere l’utile e di lasciare spazio all’inutile più necessario: la parola, la scena, la musica, la risata, perfino il silenzio carico di attesa prima che si apra il sipario. Il Sannazaro — inaugurato nell’Ottocento, incastonato come un gioiello nel cuore elegante di Napoli — era proprio questo: una piccola grande “bomboniera” dove passavano generazioni e accenti, divi e comparse, famiglie e studenti, i De Filippo e Pirandello nel racconto lungo della città. E oggi, invece, le immagini sono quelle della cupola crollata, della sala divorata, del legno antico che cede in un attimo alla chimica del fuoco.  

Le versioni sulle cause oscillano, come sempre nelle prime ore: c’è chi parla di un cortocircuito, chi non esclude altre piste, e intanto la Procura apre un fascicolo e la città conta feriti lievi, intossicati, famiglie evacuate, vigili del fuoco feriti nel crollo di un palchetto. È la realtà materiale, quella che ci impedisce di restare nella poesia del lutto: il teatro brucia e, insieme, bruciano case, scale, pianerottoli, vite quotidiane. Qui la bellezza non è un concetto: è un quartiere che respira fumo.  

E però Napoli, appena perde qualcosa, fa scattare l’altro riflesso: promettere che “tornerà”. Lo dicono le istituzioni, lo ripetono gli artisti, lo giura la politica culturale: ricostruiremo, rimetteremo in piedi, rinascerà. È una reazione comprensibile, persino necessaria. Ma c’è un rischio: che la promessa diventi anestesia. Che “tornerà” sia una parola che consola prima ancora di obbligare. Perché la verità è più scomoda: un teatro che brucia non è solo sfortuna. È anche un verdetto su come custodiamo ciò che diciamo di amare.

In questo senso, la frase più vera non è quella del ministro o del sindaco, ma quella del cardinale Mimmo Battaglia: la “bellezza ferita” — ha detto — chiede a tutti “di diventare più responsabili, più custodi, più capaci di volerle bene”. È una frase che non accarezza: mette sotto processo. Perché voler bene, nella vita reale, non è applaudire; è prevenire. Non è commuoversi dopo; è prendersi cura prima.  

Napoli è una città che vive di stratificazioni: si regge su secoli, su stucchi, su legni, su impianti, su teatri che hanno attraversato il tempo come un miracolo quotidiano. Ma ogni miracolo ha bisogno di manutenzione, e la manutenzione ha bisogno di umiltà, di soldi spesi bene, di controlli noiosi, di cultura della sicurezza. È qui che l’elzeviro deve smettere di cantare il dolore e iniziare a graffiare: se un luogo così simbolico è vulnerabile, allora non basta indignarsi. Bisogna chiedere conto, con serenità ma senza indulgenza, della filiera che protegge (o non protegge) il nostro patrimonio. Non per cercare un colpevole da dare in pasto ai social, ma per evitare che la prossima “bomboniera” diventi un’altra cornice carbonizzata.

Il punto, infatti, non è solo “rifare” il Sannazaro. È capire che cosa rifacciamo insieme a lui. Un teatro può essere ricostruito, sì: l’Italia lo ha già fatto con ferite celebri, e l’ostinazione nel ricostruire è una virtù civile. Ma la domanda che resta, nuda, è un’altra: ricostruiremo anche l’idea che la bellezza pubblica è una responsabilità pubblica? O continueremo a trattarla come un lusso sentimentale, buono per le foto quando splende e per i comunicati quando brucia?

Napoli oggi piange una cupola che crolla. Domani, se vorrà essere davvero all’altezza del suo dolore, dovrà trasformare quella cenere in metodo: più cura, più prevenzione, più rispetto per ciò che non produce utili immediati ma produce identità. Perché una città senza teatri non diventa più povera: diventa più muta.