C’è un tratto comune nel sovranismo contemporaneo: raramente dichiara le proprie fonti, ma ne utilizza con naturalezza il lessico e le categorie. Le parole, prima ancora dei programmi, costruiscono l’orizzonte mentale. È così che idee nate in ambiti letterari o ideologici marginali finiscono per diventare grammatica politica condivisa. La presunta influenza di Renaud Camus — più respirata che citata — attraversa oggi un’area vasta, che va dall’Europa all’America, fino ad arrivare, con modalità diverse, anche all’Asia. Un sovranismo che sempre più spesso assume tratti razziali o etnoculturali, pur mascherandoli da difesa dell’identità.

Camus non è un ideologo di partito. È uno scrittore che ha fornito un racconto: quello della Grande Sostituzione. Un racconto potente perché semplice, capace di trasformare fenomeni complessi — globalizzazione, migrazioni, crisi demografica — in una trama lineare: qualcuno sta prendendo il posto di qualcun altro. Non servono statistiche, basta un sentimento. Ed è proprio questa forza narrativa ad aver reso Camus una sorta di classico invisibile del sovranismo contemporaneo: poco nominato, molto assorbito.

In Italia, l’espressione “sostituzione etnica” è entrata nel dibattito pubblico ben prima che Camus diventasse noto al grande pubblico. Quando Giorgia Meloni, negli anni dell’opposizione, utilizzava quella formula per descrivere l’intreccio tra immigrazione e denatalità, il riferimento non era dottrinario ma simbolico: l’idea che un popolo possa “sparire” senza guerre, per esaurimento interno e rimpiazzo esterno. Una volta al governo, quel linguaggio è stato attenuato, ma non cancellato. È rimasto come sottofondo culturale, pronto a riaffiorare.

La Lega ha oscillato tra sovranismo economico e identitarismo culturale. Nei suoi momenti più radicali, soprattutto nella comunicazione parallela, si è affermata una visione della nazione come corpo omogeneo, minacciato dall’esterno. Anche qui Camus non viene citato, ma la sua logica è riconoscibile: non è lo Stato a definire l’appartenenza, bensì una continuità etnoculturale presunta.

Il caso Vannacci è emblematico. Il suo successo non nasce da un’elaborazione teorica, ma dalla capacità di dire ad alta voce ciò che molti pensano in silenzio. Nel suo linguaggio ritorna un’idea chiave: la normalità come criterio di legittimità, la maggioranza come misura del giusto, la diversità come eccezione tollerata ma non costitutiva. Anche qui agisce Camus come clima culturale, non come autore di riferimento.

Ma il fenomeno non si ferma all’Europa. Negli Stati Uniti, Donald Trump non si è mai ispirato direttamente a Camus. Le sue radici sono altre: l’America First nasce dal nazionalismo jacksoniano, dal populismo paleoconservatore, da una diffidenza storica verso l’immigrazione percepita come minaccia al lavoro e all’identità nazionale. Tuttavia, durante il trumpismo più ideologico, emerge una convergenza inquietante: la distinzione tra cittadini “veri” e cittadini solo formali, l’idea che l’America stia perdendo se stessa. Qui la Grande Sostituzione non è teoria dichiarata, ma intuito politico: ciò che Camus ha scritto, Trump lo ha intuito e trasformato in slogan.

In Israele, il caso di Benjamin Netanyahu è ancora diverso. Qui non si parla di sostituzione etnica in senso camusiano, ma di demografia come questione di sicurezza nazionale. La politica israeliana è segnata da una tensione costante tra Stato democratico e Stato etnico. La paura di diventare minoranza nel proprio Stato — soprattutto rispetto alla popolazione palestinese — alimenta politiche identitarie forti. Netanyahu non si ispira a Camus, ma condivide una logica affine: la convinzione che la demografia sia destino, e che il numero conti più del diritto. È una forma di sovranismo etnico fondata non sul mito, ma sull’eccezione permanente.

In Germania, con l’AfD, il legame è più diretto. Il termine Remigration viene usato apertamente, e la distinzione tra cittadinanza legale e appartenenza “reale” entra nel programma politico. Qui Camus non è solo clima, ma riferimento culturale riconoscibile. Non a caso, la reazione della società tedesca è stata più netta: la memoria storica rende immediatamente visibile il rischio.

In Polonia e Austria, il sovranismo assume una forma ancora diversa. In Polonia, il nazionalismo si salda con il cattolicesimo identitario: la nazione come comunità morale prima che giuridica. L’immigrazione viene rifiutata non solo per ragioni economiche, ma perché percepita come alterazione dell’ordine culturale. In Austria, con l’FPÖ, il linguaggio della reimmigrazione è diventato quasi esplicito: non tutti sono davvero parte della comunità, anche se vivono e lavorano nel Paese. Qui la lezione di Camus è evidente nella forma, se non nella citazione.

E poi c’è il Giappone, caso apparentemente lontano, ma rivelatore. Il Paese affronta una drammatica crisi demografica, ma rifiuta strutturalmente l’immigrazione di massa. La risposta non è l’apertura, bensì la sostituzione tecnologica: robot, automazione, intelligenza artificiale. È una forma di sovranismo silenzioso, non ideologico, ma culturale: meglio le macchine che gli stranieri. Qui non c’è Camus, ma c’è la stessa convinzione di fondo: l’identità viene prima della sopravvivenza demografica.

Il filo rosso che unisce Trump, Netanyahu, Meloni, AfD, Polonia, Austria e perfino il Giappone non è un’ideologia unica, ma una stessa torsione: la trasformazione della nazione da comunità politica a comunità di origine, o quantomeno di compatibilità culturale. Quando questo passaggio avviene, la cittadinanza non basta più.

Camus ha dato parole a questa paura. Altri l’hanno resa politica. Altri ancora l’hanno resa tecnologia o sicurezza. Ma la domanda resta la stessa: una società si difende davvero chiudendosi, o finisce per consumarsi nel tentativo di restare identica a se stessa? Perché le idee diventano pericolose non quando sono estreme, ma quando smettono di essere riconosciute come tali e iniziano a sembrare ovvie.