La catechesi di mercoledì alla luce della teologia conciliare

C’è una parola che Leone XIV ha posto al centro della sua catechesi di questa mattina, davanti ai fedeli radunati in Piazza San Pietro, e che rischia di passare inosservata nella sua ovvietà: servizio. Eppure è precisamente su questo cardine che il Vaticano II ha tentato — con quale fatica, chi abbia letto gli Acta Synodalia lo sa bene — di rileggere l’intera struttura gerarchica della Chiesa.

Il Papa prosegue il suo ciclo di catechesi sulla Lumen gentium, e lo fa affrontando il capitolo più discusso e, per certi versi, più frainteso del documento: il terzo, dedicato alla «costituzione gerarchica della Chiesa e in particolare dell’episcopato». È un capitolo che porta ancora i segni delle tensioni conciliari, delle mediazioni faticose tra una ecclesiologia di communio che emergeva con forza e una tradizione istituzionale che non intendeva — giustamente — dissolversi nel sentimentalismo della fraternità generica.

Leone XIV ha fatto una scelta ermeneutica precisa, e il teologo non può non notarla: ha insistito sul titolo del capitolo come chiave di lettura. La «costituzione gerarchica» non va intesa — ha spiegato — nel senso moderno e giuridico del termine, come se si trattasse di redigere uno statuto associativo. Il Concilio parlava di qualcosa di anteriore e di più profondo: l’origine sacra del ministero, il suo radicarsi nell’azione di Cristo Buon Pastore, la sua natura di diakonia prima ancora che di potestas.

Questa distinzione non è sottigliezza accademica. Ha conseguenze enormi. Se la gerarchia è innanzitutto struttura di servizio, allora la sacra potestas di cui parla la Lumen gentium al numero 18 non è un potere nel senso mondano — dominativo, autoreferenziale, autolegittimantesi — ma una capacità ricevuta per essere spesa in favore degli altri. È la differenza tra un ministero che si serve della comunità e un ministero che serve la comunità.

Il Papa ha anche toccato, con quella che potremmo chiamare onestà teologica, il problema della sequenza dei capitoli nella Lumen gentium. Il fatto che il capitolo sul Popolo di Dio preceda quello sulla gerarchia non è ornamentale: è una scelta deliberata dei Padri conciliari, che vollero dire — contro certe derive preconciliari — che la Chiesa è prima di tutto il popolo redatto dalla Pasqua, e che la gerarchia è all’interno di questo popolo, non al di sopra di esso. Ma Leone XIV ha correttamente avvertito che questa sequenza non implica una posteriorità storica o ontologica del ministero ordinato: citando il Decreto Ad gentes, ha ricordato che «gli Apostoli furono simultaneamente il seme del nuovo Israele e l’origine della sacra gerarchia». Contemporaneità, non gerarchia di dignità.

Vi è infine un riferimento che merita attenzione particolare: la citazione di Paolo VI, che definì la gerarchia come realtà «nata dalla carità di Cristo». Una definizione affettiva, quasi sorprendente per il registro sobrio di Montini. Eppure teologicamente densa: se la gerarchia nasce dalla carità, è alla carità che deve rispondere, ed è dalla carità che sarà giudicata. Non dall’efficienza, non dal prestigio, non dalla tenuta istituzionale.

Resta, al termine di questa catechesi, una domanda che il teologo non può tacere e che il Papa stesso ha implicitamente evocato nella preghiera conclusiva: quale tipo di uomini è necessario per un ministero così concepito? «Ardenti di carità evangelica», ha detto Leone XIV. È una descrizione che suona quasi anacronistica nell’epoca del management ecclesiale e della governance sinodale declinata in processi e piattaforme. Eppure è esattamente quella giusta. Perché la struttura regge solo se chi la abita è più grande di essa.