Il Portogallo continua a raccontarsi come un’eccezione virtuosa nel panorama europeo, ma sotto la superficie di questa auto-narrazione si sta affermando una forma di razzismo più sottile e regressiva. Non più ideologico né dichiarato, bensì amministrato, normalizzato, giustificato in nome della sicurezza e del merito, esso non scompare con la modernità: cambia linguaggio e diventa più difficile da riconoscere, proprio mentre si proclama superato.
Il Portogallo ama raccontarsi come un’eccezione. Nella memoria collettiva resta l’idea di un Paese mite, meticcio per vocazione, temprato da una lunga storia di navigazioni, incroci e convivenze. A differenza di altre nazioni europee, Lisbona si è a lungo pensata immune dalle patologie identitarie del continente: meno coloniale nella coscienza, meno ossessionata dalla razza, più incline all’integrazione spontanea che al conflitto. È proprio questa auto-narrazione, oggi, a rendere più inquietante il segnale che emerge: il razzismo in Portogallo non sta semplicemente resistendo, sta regredendo.
Non si tratta di un ritorno al passato in senso nostalgico, ma di un’involuzione. Un razzismo che non ha più bisogno di proclamarsi biologico o apertamente suprematista, perché si veste di linguaggi nuovi: sicurezza, ordine, decoro urbano, “merito”, difesa dello Stato sociale dai “non aventi diritto”. È un razzismo che non grida, ma amministra; che non si presenta come ideologia, ma come buonsenso. Proprio per questo è più difficile da smascherare.
Il Portogallo, come altri Paesi europei, sta vivendo una trasformazione demografica e sociale rapida: migrazioni post-coloniali, nuove ondate dall’Africa e dal Brasile, precarizzazione del lavoro, pressione sulle periferie urbane. In questo contesto, l’altro smette di essere figura lontana o folclorica e diventa concorrente percepito: per l’alloggio, per i servizi, per il riconoscimento simbolico. È qui che il razzismo “evolve al contrario”: non come dottrina esplicita, ma come reazione identitaria a una modernità che promette inclusione e produce insicurezza.
Il paradosso è che tutto questo avviene mentre il linguaggio pubblico continua a proclamare l’antirazzismo come valore condiviso. Nessuno, o quasi, si dichiara razzista. Ma il rifiuto si sposta sul piano delle pratiche: controlli selettivi, sospetti sistematici, esclusione informale dal mercato del lavoro e dall’accesso alla casa, criminalizzazione implicita delle periferie “non bianche”. È un razzismo senza teoria, ma non senza effetti. Anzi, proprio perché privo di una dottrina riconoscibile, diventa socialmente tollerabile.
C’è poi una specificità portoghese che rende questa dinamica ancora più delicata: la rimozione del passato coloniale. Il mito del lusotropicalismo – l’idea di un colonialismo più umano, più aperto alla mescolanza – ha funzionato per decenni come anestetico morale. Ha impedito un confronto serio con le gerarchie razziali prodotte dall’impero e con le loro conseguenze presenti. Quando la storia non viene elaborata, ritorna sotto forma di paura. E la paura, in politica, cerca sempre un corpo su cui fissarsi.
Non è un caso che il razzismo contemporaneo trovi terreno fertile nei momenti di crisi dello Stato sociale. Quando le risorse sembrano scarse, l’inclusione viene percepita come sottrazione. Il discorso pubblico smette di chiedersi comeintegrare e inizia a domandarsi chi merita. È in questo slittamento semantico che il razzismo si normalizza: non più odio dell’altro in quanto tale, ma esclusione dell’altro in nome dell’efficienza, della legalità, della priorità nazionale.
Dire che il razzismo in Portogallo “evolve al contrario” significa allora riconoscere una verità scomoda: la modernità non immunizza automaticamente contro la discriminazione. Può, al contrario, renderla più sofisticata, più invisibile, più difficile da contestare. Un razzismo che non ha bisogno di simboli, perché si inscrive nei meccanismi ordinari della società.
La sfida, per il Portogallo come per l’Europa, non è semplicemente morale. È politica e culturale. Richiede di abbandonare l’autoassoluzione identitaria e di riconoscere che nessuna società è “naturalmente” inclusiva. L’inclusione è sempre una costruzione fragile, che va difesa contro le regressioni silenziose.
Perché il razzismo più pericoloso non è quello che si proclama. È quello che, mentre tutti si dicono contrari, continua tranquillamente a funzionare.

Sembra storicamente fondato che nel Medio Evo ci fosse meno razzismo e più convivenza pacifica tra cristiani e musulmani anche se si è voluto troppo strumentalizzare la Crociata. Le culture povere come quella degli USA devono fabbricare simboli e nemici per galleggiare.