Trump abusò di una tredicenne? I clienti di Epstein uccisero due ragazze per sesso violento e vennero occultati i corpi nel suo ranch del New Mexico?

Avvertenza metodologica
Questo elzeviro tratta di accuse — alcune verificate giudiziariamente, altre ancora in fase di indagine, altre archiviate con risarcimento extragiudiziale. Ogni affermazione è accompagnata dalla sua qualificazione epistemica. Il dovere del giornalismo d’analisi non è né assolvere né condannare: è nominare ciò che i documenti ufficiali dicono, e domandare ciò che il sistema di potere ha evitato di domandare.

Il paradosso fondante

C’è una ironia storica così densa da sembrare costruita da un romanziere pigro: il 19 novembre 2025, Donald Trump — quarantasettesimo presidente degli Stati Uniti d’America — firmò l’Epstein Files Transparency Act, la legge che imponeva al Dipartimento di Giustizia di rendere pubblici circa tre milioni di pagine di documenti del caso Epstein. Il 30 gennaio 2026, quei tre milioni di pagine furono rilasciati dal DOJ.

Sepolte dentro quelle pagine c’erano — tra mille altre rivelazioni — tre note relative a una denuncia per violenza sessuale presentata da una minore contro Donald Trump.

L’uomo che aveva firmato la legge per la trasparenza aveva firmato, senza saperlo o senza volerlo impedire, la pubblicazione parziale delle accuse contro se stesso. È la struttura drammatica di una tragedia greca: il protagonista che scatena, con il proprio atto di potere, la nemesi che lo insegue.

I tre documenti “dimenticati”

Il 7 marzo 2026 il Dipartimento di Giustizia fu costretto a ripubblicare tre note che erano state omesse dalla release iniziale degli Epstein Files. La motivazione ufficiale: un “errore di collocazione”. Una formula che, nel lessico burocratico americano, può significare distrazione, incompetenza, o qualcosa di più deliberato — e che in questo contesto politico nessun osservatore avveduto può leggere con la serenità con cui si legge la spiegazione di un disguido postale.

I tre documenti — classificati internamente come file “302”, il formato standard dei promemoria di colloquio dell’FBI — contengono il resoconto di più interrogatori condotti su una donna che al momento dei fatti descritti aveva tra i tredici e i quindici anni. Il contenuto è già di dominio pubblico, riportato da fonti giornalistiche verificabili.

La donna racconta di essere stata portata a New York, in un edificio “molto alto”, già dopo aver subito abusi da parte di Epstein. In quell’occasione, sempre secondo il suo racconto, le fu presentato Donald Trump, che chiese ai presenti di lasciare la stanza. Quando la ragazza si rifiutò di cedere all’avance del presidente — che all’epoca era un magnate immobiliare, non ancora il quarantacinquesimo né il quarantasettesimo presidente — questi l’avrebbe colpita e avrebbe pronunciato parole di una volgarità che non è compito di questo testo riprodurre ma che i documenti ufficiali riportano senza censure.

Va detto con tutta la necessaria precisione: la denuncia fu classificata dagli stessi investigatori come “non verificata”. Nel 2021 fu archiviata. La donna ricevette un risarcimento — non attraverso il programma ufficiale di compensazione delle vittime di Epstein, ma attraverso un accordo separato, fuori dal sistema pubblico. La natura e l’entità di questo accordo non sono di pubblico dominio.

Ciò che è di pubblico dominio, e che merita tutta la riflessione critica possibile, è il meccanismo: denuncia presentata, denuncia classificata come non verificata, denuncia archiviata, vittima risarcita privatamente, documenti “erroneamente” omessi dalla release pubblica. È la sequenza esatta di un sistema progettato per dimenticare.

Zorro Ranch: sei anni di silenzio su due corpi

Il secondo filone — quello dei corpi cercati nel deserto del New Mexico — è ancora più inquietante nella sua dimensione istituzionale, perché non riguarda accuse contro una singola persona, ma il fallimento sistematico di un’agenzia di intelligence e sicurezza federale.

Sepolti dentro quei tre milioni di pagine c’erano due comunicazioni del 2019 che l’FBI aveva in suo possesso da sei anni senza mai agire. La prima era un’email anonima inviata a un conduttore radiofonico di Albuquerque che affermava che “due ragazze straniere erano state sepolte” nel ranch. La seconda era un’email di un ex agente della polizia statale del New Mexico che segnalava un fienile sospetto nella proprietà con quello che sembrava un inceneritore nascosto.

Sei anni. L’FBI aveva queste informazioni dal 2019 — dall’anno dell’arresto di Epstein, dall’anno della sua morte in carcere — e non aveva agito. Non solo: dopo l’arresto di Epstein nel luglio 2019, l’FBI perquisì tutte le sue proprietà note — la villa di Manhattan, la tenuta di Palm Beach, l’isola di Little Saint James nelle Isole Vergini — ed escluse deliberatamente Zorro Ranch.

Deliberatamente. Non per dimenticanza. Non per errore di collocazione. Per scelta.

Il deserto conserva i segreti meglio di qualsiasi archivio. È un’osservazione geografica prima che retorica. Le autorità del New Mexico avevano chiuso la loro precedente indagine su Epstein nel 2019 su richiesta delle autorità federali — una mossa che scatenò polemiche e sollevò dubbi sulla profondità dell’indagine. Il governo federale aveva chiesto allo Stato di fermarsi. Lo Stato si era fermato. I cadaveri — se esistono, se le fonti dicono il vero — erano rimasti dove erano.

L’email conteneva la descrizione di “due ragazze straniere sepolte nelle colline fuori dallo Zorro”, ordine di “Jeffrey e Madam G” — riferimento che rimanda a Ghislaine Maxwell, condannata a vent’anni per traffico sessuale. Il nome dell’autore dell’email è stato oscurato nei documenti ufficiali. Il contenuto è esplosivo: le due ragazze sarebbero morte per strangolamento durante sessioni di “sesso violento e feticista”.

Sia chiaro: non si tratta, al momento, di accuse verificate. L’FBI in passato ha ritenuto non credibile la fonte. Le indagini sono in corso. I risultati non sono stati resi pubblici. Nessun corpo è stato ancora trovato e nessuna accusa formale di omicidio è stata formulata.

Ma la domanda che resta è un’altra, e non riguarda i corpi: riguarda l’FBI. Perché sei anni di silenzio? Perché l’esclusione deliberata di Zorro Ranch dalle perquisizioni del 2019? Perché il governo federale aveva chiesto al New Mexico di chiudere l’indagine statale? Queste domande non hanno ancora risposta. E in assenza di risposta, il silenzio stesso diventa prova — non di colpevolezza, ma di un sistema che ha protetto qualcuno o qualcosa che non sappiamo ancora nominare.

La struttura del potere impunito

C’è un filo che lega i tre documenti “erroneamente” omessi e i sei anni di silenzio dell’FBI su Zorro Ranch: la logica del potere che si protegge usando gli strumenti dello Stato che dovrebbe controllarlo.

Non è una teoria del complotto. È la descrizione di un meccanismo documentato in decine di casi storici: quando i potenti sono coinvolti in crimini — come sospettati, come frequentatori, come figure di contorno — il sistema giudiziario tende a rallentare, a dimenticare, a classificare, ad archiviare. Non necessariamente per ordine esplicito di qualcuno. Ma per la pressione implicita che il potere esercita sulle istituzioni che lo dovrebbero vigilare.

Jeffrey Epstein non era solo un pedofilo. Era un nodo di una rete sociale che includeva presidenti, principi, miliardari, banchieri e capi di intelligence di mezzo mondo. La sua figura non è quella di un semplice criminale: è quella di un uomo che aveva trasformato il privilegio in un sistema. Un sistema in cui gli abusi erano la moneta di scambio, la leva del ricatto, il collante di un potere informale che attraversava frontiere e istituzioni.

Epstein è morto in carcere — ufficialmente suicida, in circostanze che hanno alimentato ogni forma possibile di speculazione — prima che potesse parlare. I suoi archivi — computer, telefoni, video, documenti — sono stati in parte recuperati e in parte dispersi. I suoi complici noti sono stati condannati o prosciolti. I suoi clienti — il termine è orribilmente preciso — sono per la maggior parte ancora liberi, ancora potenti, ancora in carica.

Il presidente che firma la legge che lo accusa

Torniamo all’ironia fondante. Trump ha firmato l’Epstein Files Transparency Act. Lo ha fatto probabilmente convinto che la trasparenza avrebbe mostrato i suoi nemici politici — i Clinton, i democratici, i nomi dell’establishment che frequentavano Epstein — senza toccare lui. Probabilmente aveva ragione che quei nomi sarebbero emersi. Non aveva calcolato — o aveva sottovalutato — che sarebbero emersi anche i tre file su di lui.

È un errore comprensibile nella logica di un uomo che si sente intoccabile. E che, in effetti, è stato finora politicamente intoccabile: condannato per falsa testimonianza in un processo civile legato a un’altra accusa di abusi, eletto presidente per la seconda volta, rieletto con un margine più ampio della prima volta, incoronato dalla propria base come martire perseguitato. Il sistema giudiziario lo ha sfiorato senza fermarlo. Il sistema elettorale lo ha premiato.

Ma la storia ha una logica propria, indipendente dal ciclo elettorale. I tre milioni di pagine degli Epstein Files sono ora di dominio pubblico. I ricercatori, i giornalisti, gli avvocati delle vittime stanno ancora scavando. Le perquisizioni a Zorro Ranch sono in corso. Il New Mexico ha votato all’unanimità — in modo bipartisan — per una commissione di verità. L’attorney general del New Mexico ha ordinato una riapertura delle indagini sulle attività di Epstein nello Stato.

Il deserto del New Mexico non ha fretta. I documenti dell’FBI non hanno scadenza. E la verità — ammesso che esista nella forma nitida che i martiri della giustizia invocano — non si lascia archiviare per sempre con un “errore di collocazione”.

Ciò che l’Europa non dovrebbe dimenticare

Da questa parte dell’Atlantico si tende a guardare agli Epstein Files come a uno scandalo americano — rumoroso, sordido, drammatico, destinato a risolversi nella politica polarizzata degli Stati Uniti senza conseguenze reali. È un errore di prospettiva.

La rete di Epstein non era americana. Era globale. I suoi soggiorni europei — Parigi, Londra, la Costa Azzurra — erano funzionali alla stessa logica di reclutamento e controllo che operava a New York, Palm Beach e Zorro Ranch. I nomi europei nei suoi diari di volo, nelle sue rubriche, nelle testimonianze delle vittime sono tanti e di rango sufficiente da rendere questo uno scandalo di sistema occidentale, non di una singola nazione.

E poi c’è la questione più sottile: quando il presidente degli Stati Uniti è l’uomo accusato — in documenti ufficiali del suo stesso governo, seppur non verificati e archiviati — da una ragazzina di tredici anni, e quando quella stessa nazione è impegnata in una guerra in Medio Oriente, in una pressione economica sull’Europa e in una ridefinizione degli equilibri globali, la credibilità morale della potenza guida dell’Occidente ha una crepa che nessuna retorica può nascondere.

Non si tratta di utilizzare le accuse come arma diplomatica. Si tratta di riconoscere che un sistema democratico che non riesce a fare i conti con i propri potenti — che “dimentica” documenti, che non perquisisce ranch, che archivia denunce con risarcimenti riservati — non è più pienamente un sistema democratico. È un sistema in cui il potere si protegge usando le istituzioni che dovrebbero controllarlo.

Il ranch e il silenzio

Le autorità del New Mexico hanno mobilitato cani antidroga specializzati nel rilevamento di resti umani, veicoli forensi, polizia e vigili del fuoco. Settemilaseicento acri di deserto, a cinquanta chilometri da Santa Fe, dove Epstein aveva vissuto per quasi trent’anni. Dove, forse, qualcuno è sepolto. Dove, certamente, qualcosa è stato nascosto per molto tempo.

Di fronte a Capitol Hill, intanto, una statua ritrae Trump ed Epstein abbracciati nella posa del Titanic — lui davanti, lei dietro, il vento e la velocità e l’iceberg fuori campo. È arte satirica, ovviamente. Ma la satira funziona quando dice una verità che il discorso ufficiale non riesce a dire.

La verità che quella statua dice è semplice: c’erano due uomini, uno dei quali è morto in carcere prima di parlare, e l’altro governa l’America. E le domande su cosa li legasse — oltre alle feste, oltre i voli registrati, oltre le foto sorridenti di vent’anni fa — non hanno ancora tutte ricevuto risposta.

Il deserto, per ora, tace.


Nota redazionale: tutte le accuse riportate in questo testo sono qualificate dalla loro natura giuridica — “non verificate”, “archiviate”, “in corso di indagine”. Nessuna affermazione in questo testo costituisce giudizio di colpevolezza nei confronti di alcuna persona vivente. Fonti principali:  Documenti DOJ pubblicamente disponibili, ANSA, Blitz Quotidiano, La Capitale News, Al Jazeera, Time Magazine, CNN, Il Fatto Quotidiano.