A un anno dalla sua seconda inaugurazione, Donald Trump ha già lasciato un’impronta profonda e controversa sulla politica americana e sugli equilibri globali. Il suo ritorno alla Casa Bianca non è stato una semplice “seconda volta”: è stato piuttosto un’accelerazione, una radicalizzazione di metodi e obiettivi che ha reso questi dodici mesi diversi da qualsiasi altro in epoca recente.

Il governo per decreto

Il dato che più colpisce è quello sugli ordini esecutivi. In dodici mesi Trump ne ha firmati 228, un ritmo superato, nella storia americana, solo da Franklin D. Roosevelt e Herbert Hoover in momenti di emergenza sistemica come la Grande Depressione e la Seconda guerra mondiale.

Il messaggio è chiaro: il Congresso è un ostacolo da aggirare, non un interlocutore da convincere.

Immigrazione: il cuore della presidenza

La priorità assoluta è stata l’immigrazione. Nel suo primo giorno Trump ha dichiarato l’emergenza nazionale al confine meridionale, dando il via a una stretta senza precedenti: aumento delle detenzioni, deportazioni accelerate, cooperazione rafforzata tra ICE, forze armate e polizie locali.

I numeri parlano da soli:

  • Arresti ICE passati da circa 300 al giorno a oltre 1.000
  • Detenuti ai massimi storici, quasi 70.000
  • Deportazioni più che raddoppiate rispetto al 2024
  • 32 morti in custodia ICE nel 2025, più 4 nei primi giorni del 2026

Nonostante la retorica securitaria, la durata media della detenzione non è diminuita e la maggioranza dei detenuti resta composta da persone senza precedenti penali.

Proteste e conflitto interno

La risposta sociale è stata forte. Dal gennaio 2025 si contano oltre 33.000 proteste, quasi quattro volte quelle registrate durante il primo mandato.

Il picco è stato raggiunto con la mobilitazione “No Kings”, che ha portato in piazza circa sette milioni di persone in un solo giorno, una delle più grandi manifestazioni della storia statunitense.

L’episodio simbolo resta però la morte di Renee Nicole Good, uccisa da un agente ICE a Minneapolis, che ha innescato proteste diffuse e una nuova fase di tensione tra governo federale e città.

Economia: tariffe come leva politica

Sul fronte economico Trump ha rispolverato lo strumento che predilige: i dazi.

Nel solo 2025 le entrate doganali hanno raggiunto 287 miliardi di dollari, con un aumento del 192% su base annua. Le tariffe sono diventate non solo uno strumento commerciale, ma un’arma geopolitica: contro Iran, alleati europei, persino il Regno Unito, colpito per aver difeso la sovranità della Groenlandia.

L’inflazione è scesa solo marginalmente, dal 3% al 2,7%, mentre i prezzi di beni essenziali sono aumentati:

  • Carne bovina +16%
  • Caffè +20%
  • Cibo domestico +2,4%

Trump è stato costretto a fare marcia indietro su alcuni dazi (come quello del 40% su carne e caffè brasiliani) per contenere il malcontento.

Politica estera: il pacificatore mancato

Trump aveva promesso di essere un “pacificatore”. Un anno dopo, il bilancio è ambiguo.

La guerra in Ucraina continua, con il 55% degli americani che disapprova la sua gestione. Sul conflitto israelo-palestinese l’approvazione è più alta (47%), ma un terzo degli statunitensi ritiene che abbia favorito eccessivamente Israele a scapito dell’assistenza umanitaria.

Le azioni più destabilizzanti sono arrivate altrove: la cattura di Nicolás Maduro, le minacce di annettere la Groenlandia, l’uso delle tariffe come strumento coercitivo contro alleati storici. Il risultato è un netto calo dell’immagine degli Stati Uniti: in Messico, l’opinione favorevole verso Washington è scesa dal 61% al 29%.

Consenso in calo, base solida

A livello interno, l’indice di gradimento è oggi al 36%, in discesa dal 47% iniziale. Solo il 17% degli americani dice di fidarsi del governo federale: il dato più basso mai registrato dal 1960.

Eppure Trump conserva una base repubblicana compatta:

  • 88% di approvazione su criminalità
  • 85% su politica estera
  • 83% su immigrazione
  • 82% su commercio

È questa polarizzazione estrema il vero tratto distintivo del suo secondo mandato.

Un anno che pesa già come un’era

A dodici mesi dall’inizio, il secondo mandato di Trump appare meno come una continuazione e più come una forzatura sistemica: potere concentrato, conflitto istituzionale, uso muscolare dell’economia e della forza, consenso di minoranza ma altamente fidelizzato.

Con le elezioni di medio termine all’orizzonte, il nodo resta il costo della vita. È lì che si giocherà la partita decisiva: se Trump riuscirà a tradurre la sua retorica in benefici tangibili o se il peso delle sue scelte renderà questo secondo mandato non solo “senza precedenti”, ma politicamente insostenibile.