Il Cantico delle Creature consegna al nostro tempo una visione di straordinaria altezza: una visione nella quale tutto è relazione, tutto è responsabilità, tutto è chiamato ad entrare in un ordine più alto di armonia. In questa luce, la politica ritrova la sua forma più vera quando si fa custodia della casa comune; e il potere raggiunge la sua più alta legittimazione quando si lascia trasfigurare dal servizio. Solo allora la forza smette di essere dominio e diventa protezione; l’autorità cessa di essere privilegio e diviene ministero; il governo non è più esercizio di supremazia, ma arte paziente della giustizia, della prossimità e della pace. È questa la via per ricondurre il mondo non verso la sua caduta, ma verso una nuova civiltà dell’incontro, della fraternità e della speranza: una civiltà nella quale, finalmente, l’uomo impari ad abitare la storia non come padrone assoluto, ma come custode umile e responsabile del dono ricevuto.

Nel passaggio difficile e inquieto che la storia contemporanea sta attraversando, mentre il mondo sembra talora inclinare verso un asse discendente segnato da conflitti, lacerazioni, solitudini sociali, crisi ecologiche e smarrimenti spirituali, si avverte con crescente evidenza il bisogno di ritrovare non soltanto nuove strategie di governo, ma una più profonda sapienza dell’abitare, del convivere e del custodire. Non basta, infatti, correggere gli squilibri esteriori se non si rigenera la grammatica interiore della civiltà. Non basta amministrare le emergenze, se non si restituisce all’umano una visione capace di ricondurre la pluralità dei fenomeni ad un ordine di senso, di responsabilità e di fraternità. In questa prospettiva, il Cantico delle Creature di San Francesco d’Assisi si offre ancora oggi come una delle più alte e luminose architetture spirituali, morali e persino civili per pensare una politica degna dell’uomo: una politica della cura della casa comune, nella quale il potere non si configuri come dominio, ma come servizio; non come appropriazione, ma come custodia; non come affermazione di sé, ma come responsabilità per tutti. L’incipit del Cantico introduce immediatamente il cuore di questa visione: Altissimu, onnipotente, bon Signore, tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione”. In queste parole iniziali è custodita una verità decisiva anche per ogni riflessione alta sulla vita pubblica. L’uomo non è il principio assoluto del reale. Il potere non è la misura ultima dell’ordine. La storia non può essere ridotta alla contesa fra volontà concorrenti, né la politica può degenerare in una lotta permanente per l’occupazione dello spazio pubblico. Se ogni lode, ogni gloria e ogni benedizione appartengono anzitutto all’Altissimo, allora ogni potere umano viene relativizzato, purificato, ricondotto entro il perimetro del limite e della responsabilità. Esso non può più pensarsi come autosufficiente, né può esercitarsi come signoria arrogante sulla realtà. Al contrario, viene chiamato a riconoscersi ministero, funzione, compito affidato, servizio reso alla dignità della persona, alla giustizia delle relazioni, alla pace tra i popoli e all’armonia del creato. Proprio per questo il Cantico non è soltanto una lode religiosa: è una scuola di ordinamento dell’anima e del mondo, sinfonia della fraternità cosmica. Esso disegna una cosmologia della fraternità. Laudato sie, mi’ Signore, cum tutte le Tue creature”: qui si rivela una delle intuizioni più alte della tradizione francescana e, insieme, uno dei fondamenti più fecondi per una rinnovata filosofia della politica. Il mondo non è una materia muta da sfruttare; non è un deposito di risorse affidato all’arbitrio dei più forti; non è uno scenario da occupare secondo la grammatica del possesso e del dominio. Il mondo è relazione, dono, interdipendenza, custodia per le future generazioni. Le creature non sono nominate come oggetti, ma come sorelle e fratelli. Il sole, la luna, il vento, l’acqua, il fuoco, la terra, persino la sofferenza, il perdono e la morte, vengono assunti entro un orizzonte di fraternità cosmica che dissolve alla radice ogni tentazione di dominio assoluto.

La concezione di casa comune

Da questa visione sgorga una concezione altissima della casa comune. La terra, infatti, nel Cantico, non è soltanto suolo, territorio, materia produttiva. Essa è sora nostra matre terra, la quale ne sustenta e governa, e produce diversi fructi con coloriti flori et herba”. In tale espressione risplende una sapienza antropologica e civile di straordinaria profondità. La terra non è un bene esterno all’uomo, ma il grembo della sua esistenza storica; non è un elemento accessorio della convivenza, ma la condizione stessa della sua possibilità. Custodire la casa comune significa allora custodire insieme la vita, i legami, le generazioni, la giustizia, la memoria, il futuro. Significa riconoscere che l’ambiente, il bene sociale, il bene istituzionale e il bene morale non sono sfere separate, ma dimensioni convergenti di un unico ordine della responsabilità. Tutto è connesso nella fraternità cosmica, paradigma del noi. Laddove si ferisce la terra, si ferisce anche il povero; laddove si mercifica il creato, si mercifica prima o poi anche la persona; laddove si smarrisce il senso del limite, si apre inevitabilmente la via all’arbitrio, alla disuguaglianza e alla guerra. In questo quadro, la politica ritrova il suo volto più nobile quando si comprende come arte alta della custodia. La vera politica non nasce dalla brama di imporsi, ma dalla vocazione a servire. Essa non si esaurisce nel calcolo delle maggioranze, nella tecnica dell’amministrazione o nella gestione degli interessi in competizione. Tutto questo appartiene certamente alla dimensione concreta del governo, ma non ne esaurisce il fondamento. La politica, nella sua verità più alta, è l’ordinamento della convivenza al bene comune; è la forma pubblica della responsabilità condivisa; è il luogo nel quale la libertà si misura con la giustizia e la forza si lascia disciplinare dalla dignità. Perciò una politica ispirata interiormente al Cantico è una politica che sa di non essere proprietaria del mondo, ma custode di un bene ricevuto; che non si sente padrona dei popoli, ma servitrice del loro destino; che non riduce il potere a prerogativa, ma lo vive come peso morale, come compito esigente, come chiamata al servizio.

Il potere come servizio

Si comprende così perché il potere, per essere legittimo, debba assumere la forma del servizio. Quando il potere si separa dalla sua finalità di custodia, esso degenera in dominio. Quando dimentica la vulnerabilità dei popoli, si indurisce in apparato. Quando perde la memoria del bene comune, diventa strumento di interessi particolari. Il Cantico, invece, con la sua limpida e umilissima grandezza, ricorda che ogni realtà creata riceve senso non dal prevalere sull’altra, ma dal concorrere armonicamente ad un ordine più alto. Così anche il potere politico trova la sua verità non nella capacità di sottomettere, ma nella capacità di generare condizioni di giustizia, di prossimità, di pace, di solidarietà. Governare, in questa luce, non significa imporsi, ma prendersi cura; non significa occupare il vertice, ma sostenere il tessuto della vita comune; non significa essere serviti, ma servire con sapienza, fortezza e umiltà. Vi è nel Cantico anche una pedagogia del linguaggio pubblico che la politica contemporanea avrebbe urgente necessità di ritrovare. Il mondo odierno soffre infatti di una progressiva degradazione della parola: la parola esaspera, divide, aggredisce, semplifica, caricaturizza; invece di costruire ponti, innalza muri; invece di favorire l’incontro, alimenta lo scontro. Eppure il Cantico mostra un’altra via: la via della sinfonia delle diversità. San Francesco non si pone di fronte alla realtà con la postura di chi conquista, classifica o possiede, ma con lo stupore di chi riconosce, benedice, contempla e si dispone all’autentica comunione. In questa attitudine si cela una lezione decisiva per la vita pubblica: una civiltà si salva quando impara a chiamare il mondo con parole che non feriscono la sua verità. Per questo la politica della casa comune dev’essere anzitutto una politica del linguaggio riconciliato, del dialogo come via, della collaborazione come condotta, della conoscenza reciproca come metodo e criterio. Il dialogo, infatti, non costituisce un elemento decorativo della democrazia, né un ornamento etico della convivenza; esso ne rappresenta una struttura essenziale. Là dove il confronto si trasforma in ostilità, l’avversario viene ridotto a nemico; là dove il dissenso è percepito come minaccia, il pluralismo degenera in frattura; là dove la differenza viene strumentalizzata per produrre paura, il tessuto della casa comune si lacera. Una politica ispirata al Cantico, invece, non teme la pluralità, perché sa che l’unità autentica non nasce dall’uniformità, ma dall’armonia. Come nella fraternità cosmica ogni creatura conserva la propria singolarità concorrendo tuttavia ad una lode comune, così anche nella città dell’uomo ogni persona, ogni comunità, ogni cultura, ogni popolo devono poter trovare un posto dentro un ordine giusto che non annulli le differenze, ma le orienti verso una convivenza più alta. Il dialogo è, dunque, via di civiltà, perché restituisce all’altro il volto di interlocutore; la collaborazione comune è condotta di pace, perché rende operativa la responsabilità condivisa; la conoscenza reciproca è metodo e criterio, perché impedisce che l’ignoranza dell’altro si trasformi in paura e che la paura degeneri in esclusione.

La costruzione della comunità politica

Di straordinaria finezza è anche il passo del Cantico dedicato al perdono: Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo Tuo amore, e sostengo infirmitate e tribulatione. Beati quelli ke ‘l sosterrano in pace, ka da Te, Altissimo, sirano incoronati.. Qui emerge una verità altissima per la costruzione della comunità politica. Nessuna società può durare a lungo se si consegna interamente alla logica della reazione, della vendetta, dell’umiliazione reciproca. La casa comune non si custodisce solo attraverso istituzioni forti, ma anche mediante virtù civili profonde: cartià politica, pazienza, capacità di sopportare, disposizione a ricominciare, coraggio di non lasciare che il male determini interamente l’orizzonte della convivenza. Il perdono, in questo senso, non è debolezza dell’ordine; è forza superiore della riconciliazione per la pace attiva. Una politica della casa comune, se vuole essere davvero generativa, deve saper promuovere anche istituzioni e culture della riparazione, della mediazione, della riconciliazione sociale, capaci di ricucire ciò che la violenza, l’ingiustizia e l’indifferenza hanno lacerato. Non meno importante è il riferimento a sor’aqua, la quale è multo utile et humile e pretiosa e casta”. Qui la sapienza del Cantico sembra quasi suggerire le virtù stesse che il potere dovrebbe apprendere. L’acqua è utile, ma non si impone; è umile, ma indispensabile; è preziosa, ma non ostentata; è casta, perché non trattiene per sé, ma dona vita. Quante istituzioni, quanti governanti, quante forme di autorità dovrebbero lasciarsi istruire da questa immagine! Il potere, per essere servizio, deve saper diventare come l’acqua: capace di sostenere senza invadere, di nutrire senza asservire, di attraversare la complessità senza irrigidirsi, di raggiungere soprattutto le periferie della vita là dove più intensa è la sete di giustizia, di dignità, di ascolto. Anche il frate focu, “Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu, per lo quale ennallumini la notte, et ello è bello e iocundo e robustoso e forte”, sembra offrire un’ulteriore analogia: l’autorità deve saper essere luce nella notte, calore nella prova, forza che sostiene, non incendio che devasta.

Prendersi cura

E poi la terra, la madre terra, che “sustenta e governa”. In questa espressione è contenuta una concezione dell’ armonia dell’ordine politico. Sostenere e governare non sono qui atti di dominio, ma atti di fecondità, di nutrimento, di generazione. Il vero governo della casa comune non imita il padrone che dispone, ma la madre che custodisce; non si afferma attraverso la durezza del possesso, ma attraverso la continuità paziente della cura. Governare come la terra governa significa rendere possibile la vita di tutti, produrre frutti, aprire spazi, consentire crescita, tutelare fragilità, garantire continuità. È questa, in fondo, la più alta vocazione della politica: non creare dipendenze, ma conservare le condizioni di fioritura; non impadronirsi delle persone, ma metterle in grado di vivere con dignità, libertà e responsabilità.Persino il riferimento conclusivo a sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò skappare” introduce una lezione di altissima serietà pubblica. Una politica che dimentica il limite perde l’altissima vocazione. Quando l’uomo si immagina assoluto, produce istituzioni assolutistiche; quando rimuove la propria finitudine, tende a esercitare il potere come se tutto gli fosse dovuto. Il Cantico, invece, reintroduce l’umano entro l’orizzonte della misura, e proprio per questo lo restituisce alla verità della sua grandezza. Solo chi sa di non essere onnipotente può esercitare responsabilmente il potere. Solo chi accetta il limite può rispettare gli altri. Solo chi riconosce di essere creatura può davvero custodire la casa comune senza trasformarla in preda. Vi è qui una lezione decisiva anche per il diritto e per la politica: la civiltà non nasce dall’onnipotenza, ma dalla misura; non dall’espansione incontrollata del potere, ma dalla sua subordinazione al bene, alla giustizia, alla dignità, alla pace. E’ qui l’essenza della dingità come diritto sussistente e fondamento del diritto internazionale panumano e della governance internazionale del bene comune. Perciò, se il nostro tempo vuole davvero sottrarsi al proprio asse discendente, esso deve ritrovare la visione del Cantico non soltanto come memoria spirituale, ma come principio ispiratore di una nuova responsabilità civile. Deve ritrovare una politica capace di contemplazione e non soltanto di prestazione; una politica capace di ascolto e non soltanto di decisione; una politica capace di servizio e non di autocelebrazione; una politica capace di custodire la terra, i poveri, i legami, le generazioni future, le istituzioni democratiche, la verità della parola pubblica. Deve comprendere che la casa comune non si salva mediante la competizione sfrenata, ma mediante la corresponsabilità; non mediante la paura dell’altro, ma mediante la cultura dell’incontro; non mediante la sovranità chiusa, ma mediante una fraternità operosa e concreta.