Il potere non crolla all’improvviso. Prima si ritrae. Poi si irrigidisce. Infine si difende.

STUDI SULLA VITA CONSACRATA: Ogni stagione di declino dell’autorità – politica, ecclesiale o carismatica – presenta alcuni tratti ricorrenti. Non è solo una questione di numeri o di consenso; è un mutamento interiore. Il potere che nasce come servizio e visione, quando perde fiducia nella propria legittimità, tende a trasformarsi in controllo. E il controllo, quando non è più sorretto da una reale forza morale, genera paura.

È un passaggio sottile, spesso quasi invisibile a chi lo vive dall’interno. Perché l’autorità, quando perde slancio, tende a salvare anzitutto la propria narrazione. Si dice che tutto va bene, che è solo una fase, che “non si capisce lo spirito”, che “la gente non è più quella di una volta”. In realtà, non è la gente a essere cambiata per prima; è la fiducia dell’autorità in se stessa. Quando l’autorità non crede più nella propria capacità di convincere con il bene, prova a vincere con il controllo.

Qui nasce la paranoia del potere: non come patologia clinica, ma come stile di governo. Ogni domanda diventa sospetto; ogni critica diventa ostilità; ogni osservazione esterna diventa complotto. La realtà smette di essere un luogo da comprendere e diventa un tribunale permanente in cui distinguere amici e nemici. La conseguenza è quasi sempre la stessa: l’autorità si circonda di fedelissimi. Non necessariamente i migliori, non necessariamente i più saggi, spesso non necessariamente i più maturi. I più sicuri. Quelli che non mettono in discussione. Quelli che “stanno dalla parte giusta” per definizione.

A questo punto compare il nepotismo nella sua forma più vera, che non è soltanto familiare ma spirituale e psicologica: scegliere persone non perché capaci, ma perché dipendenti. È una dipendenza che rassicura chi governa: chi deve tutto, difficilmente contraddice. Accanto a questa figura fiorisce l’altra, più tragica perché più seducente: l’utile idiota. Non è un nemico, anzi. È un adoratore operativo. Amplifica il capo, ne ripete i pensieri, ne difende le scelte, spesso senza comprenderle davvero. È utile perché fornisce eco, e l’eco dà l’illusione del consenso. Ma è idiota non per mancanza di intelligenza, bensì perché rinuncia alla libertà critica, e così facendo sottrae all’autorità l’unico dono che potrebbe salvarla: la verità detta con amore.

In questo clima, il potere smette di essere mediazione e diventa prolungamento dell’io. La carica coincide con la persona. Le opere non sono più affidamenti temporanei, ma segni identitari. Le strutture non sono più strumenti, ma “territori”. La comunità, invece di essere un corpo, diventa platea: o applaude o tradisce. E poiché nessuna comunità reale può vivere a lungo in questa alternativa, si entra in una spirale: più l’autorità teme di perdere, più stringe; più stringe, più soffoca; più soffoca, più produce resistenza; più vede resistenza, più si convince di essere accerchiata.

È qui che il discorso diventa delicatissimo quando si parla di fondatori. Un fondatore autentico porta in sé un paradosso: ha generato qualcosa che deve sopravvivere a lui. La grandezza di un fondatore non si misura solo nella fase eroica dell’inizio, ma nel momento in cui l’opera non coincide più con il suo controllo. Quel passaggio è un atto di fede. Non è semplice “cedere il timone”, ma riconoscere che il carisma non è proprietà di chi lo ha iniziato: è un dono affidato alla Chiesa, e dunque alla prova del tempo, delle mediazioni, delle correzioni, perfino delle umiliazioni.

Quando questo passaggio viene vissuto come espropriazione, e non come maturazione, la crisi diventa più di una crisi: diventa una crisi di comunione. Perché la questione non è più “come governare meglio”, ma “chi ha l’ultima parola sul carisma”. Se la risposta diventa: “l’ultima parola ce l’ho io, perché io sono l’origine”, allora il fondatore, senza accorgersene, si mette al centro al posto del dono. E in quel punto l’autorità ecclesiale, qualunque forma assuma, non viene più percepita come madre e maestra, ma come intrusa. Non è più una mediazione che custodisce; è un avversario che limita. La comunione, invece di essere il luogo della verità, viene reinterpretata come ostacolo alla missione.

Qui la lama intellettuale incide: il potere in declino non teme tanto l’errore quanto la perdita del monopolio interpretativo. Preferisce l’ordine dell’eco al rischio del discernimento. Eppure, proprio il discernimento è la forma più alta della fedeltà: perché la fedeltà non è ripetizione, è consegna. È lasciarsi verificare. È accettare che il carisma, per restare puro, debba anche essere spogliato.

Esiste un criterio semplice per riconoscere se un’autorità sta declinando in modo malato: la sua capacità di preparare il passaggio. Un potere sano rende trasparenti i processi, lascia tracce leggibili, coinvolge, forma, distribuisce responsabilità, accetta che altri siano competenti, forse anche migliori.

Un potere malato concentra, oscura, personalizza, fa dipendere tutto da sé, e quando arriva il tempo della consegna, lascia un vuoto o una guerra.

Nella vita religiosa, l’antidoto non è la debolezza né l’autoritarismo; è la libertà evangelica. La libertà di chi sa che l’autorità è temporanea. La libertà di chi non ha bisogno di cortigiani. La libertà di chi può ascoltare senza sentirsi minacciato. La libertà di chi non confonde l’opera con se stesso e non usa le “temporalità” come leva di governo, ma come bene comune da amministrare e restituire.

Il potere che si difende muore lentamente, spesso convincendosi di avere ragione fino all’ultimo. Il potere che si consegna, invece, genera futuro. Ed è questa, in fondo, la linea che separa la crisi feconda dalla rottura sterile: non l’assenza di conflitti, ma la capacità di restare nella comunione quando la comunione costa.