Il libro di Ezio Gavazzeni rivela una delle pagine più oscure della guerra civile in Bosnia. Speriamo che la Magistratura inquirente e i Tribunali giudicanti facciano il resto. L’uomo perdona, lo Stato applica il Diritto, Dio giudica

C’è una frase che, da sola, basta a far gelare il sangue: «L’ho fatto perché detesto i musulmani». Non è la confessione di un soldato travolto da una guerra che non comprendeva più. Non è neppure il delirio di uno sbandato qualunque. È qualcosa di peggio: è la rivendicazione ideologica dell’odio, la scelta lucida di trasformare il pregiudizio in bersaglio, l’avversione in pallottola, la disumanizzazione in mestiere da weekend. Altro che avventura nei Balcani. Altro che deriva individuale. Qui siamo davanti alla pornografia morale di un uomo che ha accettato di guardare altri esseri umani non come persone, ma come sagome da abbattere.

Il cecchino è forse la figura più anticristiana che una guerra possa produrre. Non combatte faccia a faccia. Non rischia nella misura in cui espone. Non incontra il volto dell’altro: lo allinea nel mirino. Lo riduce a distanza, a calcolo, a freddezza. Il cecchino non uccide soltanto un corpo; assassina l’idea stessa che davanti a sé ci sia un fratello. E quando poi, a distanza di anni, confessa di avere ancora gli incubi, non ci troviamo davanti a una sorta di assoluzione psicologica. Gli incubi non cancellano il male. Al massimo lo denunciano. Sono la prova che la coscienza, per quanto devastata, non riesce a cancellare del tutto la voce del sangue innocente.

Ma il punto più intollerabile di questa storia non è solo il singolo uomo che racconta il suo odio verso i musulmani. Il punto è che attorno a lui si intravede una zona grigia fatta di complicità, ammiccamenti, narrazioni tossiche, virilismi da caserma, nostalgie ideologiche e razzismo travestito da identità. I “cecchini del weekend” non nascono nel vuoto. Sono figli di una cultura che banalizza la violenza, erotizza l’arma, mitizza il combattente irregolare e, soprattutto, educa a pensare che ci siano vite che valgono meno. Prima di sparare da una collina della Bosnia, qualcuno aveva già sparato nell’anima con un catechismo rovesciato: tu non hai davanti un uomo, hai davanti un nemico; anzi peggio, hai davanti un musulmano, dunque una categoria, una caricatura, una licenza di odio.

Ed è qui che un cattolico non può limitarsi all’indignazione civile. Deve dire una parola più radicale. Questo non è solo crimine. È peccato grave contro Dio. Perché l’odio anticristiano non consiste soltanto nel bestemmiare il nome del Signore; consiste anche nel cancellarne l’immagine impressa nell’altro uomo. Chi dice “detesto i musulmani” e da questa detestazione ricava il diritto di uccidere, non ha capito nulla né del Vangelo né dell’uomo. Ha sostituito la fede con la tribù, la coscienza con l’ideologia, il giudizio morale con l’istinto settario. E se pure si proclamasse cristiano, bisognerebbe dirlo con durezza: non si può stringere il crocifisso e contemporaneamente usare il fucile come prolungamento del proprio odio etnico o religioso.

La guerra in Bosnia fu anche questo: non solo geopolitica, non solo dissoluzione della Jugoslavia, non solo interessi internazionali e pulizie etniche, ma laboratorio mostruoso in cui l’Europa vide tornare il demonio che fingeva di essersi lasciata alle spalle. Il vicino trasformato in bestia. La differenza religiosa usata come marchio di morte. L’identità brandita non come dono, ma come coltello. E in quel paesaggio di villaggi, assedi, cimiteri improvvisati e colline insanguinate, arrivavano anche i cercatori di guerra: mercenari dell’odio, turisti della violenza, uomini che nella propria vita normale forse non avevano il coraggio di essere nessuno e che nel caos balcanico trovavano una licenza per sentirsi padroni della vita altrui.

Fa orrore perfino la formula: “cecchini del weekend”. Sembra quasi una deviazione del tempo libero, una gita criminale, un hobby infernale. È il linguaggio stesso che tradisce la corruzione del cuore. Come se si potesse andare a caccia di uomini e poi rientrare, lavarsi la faccia, tornare a tavola, ricominciare la settimana. Questa normalizzazione dell’abisso è forse la parte più spaventosa. Non il mostro eccezionale, ma l’ordinario che si fa mostruoso senza smettere di sembrarsi normale.

Per questo la memoria non può essere compiacente. Non basta trasformare queste storie in materiale da cronaca nera o in letteratura dell’orrore. Occorre leggerle per quello che sono: un avvertimento sul punto in cui può precipitare una società quando smette di vigilare sul linguaggio, quando tollera il razzismo come umore privato, quando lascia circolare l’idea che l’altro, perché straniero o musulmano o diverso, sia un problema prima ancora che una persona. Il genocidio, l’assedio, il cecchino, non cominciano dal grilletto. Cominciano dalla frase detta al bar senza vergogna, dal disprezzo ripetuto, dalla battuta sporca, dalla menzogna identitaria elevata a verità morale.

Un cristiano, davanti a tutto questo, ha il dovere di essere spietato nel giudizio morale e misericordioso solo nel senso più esigente del termine: chiamando il male per nome, senza attenuanti estetiche. Non tutto è comprensibile. Non tutto è giustificabile. Non tutto può essere sciolto nel brodo tiepido del “contesto”. Ci sono scelte che rivelano una cooperazione intima con il male. E l’odio religioso armato è una di queste.

Se poi quegli incubi esistono davvero, allora forse sono l’ultima grazia rimasta a quest’uomo: la prova che Dio non ha permesso al suo cuore di diventare interamente di pietra. Ma gli incubi, da soli, non salvano. Serve la verità. Serve il pentimento. Serve il nome delle vittime pronunciato interiormente come accusa. Serve inginocchiarsi, non davanti alla nostalgia della guerra, ma davanti al tribunale della coscienza e a quello di Dio.

Perché chi ha sparato a un uomo per odio verso la sua fede non è stato un guerriero. È stato un idolatra del proprio rancore. E non c’è nulla di virile, nulla di eroico, nulla di identitario in tutto questo. C’è solo il volto lurido del peccato quando imbraccia un fucile e si convince di avere ragione.

libro sui cecchini in bosnia