Il centrodestra vota no all’estensione del congedo parentale dei papà

C’è qualcosa di rivelatore nel fatto che il dibattito sul congedo di paternità esploda proprio nella settimana della Festa del Papà. Non è solo coincidenza del calendario: è una di quelle sincronie in cui la retorica celebrativa e la realtà normativa si specchiano l’una nell’altra, mostrando tutta la distanza che le separa. Si festeggia il padre, si nega al padre il tempo di esserlo.

Il voto contrario della maggioranza parlamentare alla proposta di estendere il congedo di paternità a cinque mesi — contro i dieci giorni attualmente previsti, già tra i più bassi d’Europa — ha il sapore amaro di una occasione mancata. Francesco Belletti, direttore del CISF, lo dice a Famiglia Cristiana con la sobrietà dell’esperto che non vuole sembrare polemico ma non riesce a nascondere la delusione: «L’argomento “mancano i soldi” non è più sostenibile, soprattutto quando si discute di denatalità». È una frase breve che contiene una contraddizione enorme. Un paese che si dice allarmato dal crollo delle nascite, che istituisce ministeri, commissioni, piani straordinari per la natalità, si trova poi a bocciare la misura che più direttamente inciderebbe sulla decisione di fare figli — e di farli insieme.

Perché questo è il punto che il dibattito pubblico italiano fatica ancora ad assimilare: il congedo di paternità non è un privilegio per padri sensibili, non è una concessione del progressismo culturale, non è nemmeno una questione di uguaglianza di genere nel senso astratto del termine. È una politica demografica. È un intervento strutturale sulla distribuzione del lavoro di cura, che è la variabile che più influenza la scelta — o la rinuncia — alla genitorialità. Le donne italiane non fanno figli, o ne fanno meno di quanti vorrebbero, principalmente perché sanno che li faranno quasi da sole. Non metaforicamente: statisticamente, concretamente, nelle ore di sonno perduto e nelle carriere interrotte.

Il modello nordeuropeo — Svezia, Norvegia, Islanda — che ha introdotto quote di congedo non trasferibili al padre, le cosiddette daddy quotas, ha prodotto risultati misurabili: non solo una maggiore equità domestica, ma tassi di fertilità significativamente più alti rispetto alla media europea meridionale. Il meccanismo è semplice: se il congedo del padre è intrasferibile, la maternità cessa di essere un rischio esclusivo per le donne agli occhi dei datori di lavoro. L’asimmetria del costo si riduce. Le imprese non possono più scontare a priori le dipendenti fertili.

Belletti segnala un dettaglio tecnico che merita attenzione: la cosiddetta «obbligatorietà» del congedo ricade sui datori di lavoro, non sui padri. Il singolo uomo resta libero di usarlo o meno. I giorni non usati non diventano ferie, non sono cedibili alla madre, semplicemente svaniscono. È una libertà che si consuma nel nulla — e che rivela come il legislatore abbia scelto di non scegliere, di nominare un diritto senza dotarlo di peso reale.

C’è poi la questione geografica, anch’essa segnalata dal direttore del CISF: la «fortissima differenziazione territoriale» nell’utilizzo dei dieci giorni già esistenti. Al Nord i padri li usano con maggiore frequenza, al Sud quasi no. Non è fatalismo culturale: è il segnale che senza una spinta normativa chiara, senza un «forte impulso nel dibattito pubblico», le disuguaglianze si riproducono e si cristallizzano. La legge non cambia da sola la cultura, ma la orienta, la legittima, le dà direzione. È ciò che Weber chiamava il potere performativo del diritto: non solo regola comportamenti, ma modella aspettative.

Da una prospettiva cristiana — quella da cui scrive Famiglia Cristiana, quella da cui Belletti muove il suo ragionamento — la posta in gioco è ancora più alta. Il padre non è un optional nella famiglia, non è il secondo genitore, non è il pronto soccorso della madre esausta. È una presenza costitutiva, irriducibile, che plasma l’identità dei figli in modi che la psicologia dello sviluppo ha abbondantemente documentato. Affermare, come fa Belletti, che «i figli sono un tesoro prezioso per la società, non una scelta e un compito della sola madre» non è un’ovvietà: è una dichiarazione di guerra silenziosa a decenni di politiche familiari che di fatto hanno trattato la genitorialità come affare privato delle donne.

Eppure la politica italiana continua a muoversi con la goffaggine di chi vuole il risultato senza accettarne il costo. Si invoca la famiglia, si celebra la paternità, si piange la denatalità — e poi si vota contro il congedo. È una incoerenza che ha la struttura del sintomo: dice qualcosa che non si vuole dire apertamente, ovvero che il modello implicito cui si aspira è ancora quello del padre-breadwinner e della madre-caregiver, verniciato di modernità ma intatto nella sostanza.

Il paradosso finale è che questa resistenza non serve nemmeno gli interessi di chi la esercita. Un paese che non investe sulla paternità attiva non produce più famiglie: produce più solitudine, più esaurimento materno, più rinunce alla genitorialità. I figli che non nascono non pagheranno le pensioni di nessuno, né di destra né di sinistra.

Forse la vera Festa del Papà sarebbe quella in cui un padre può permettersi, per legge e senza vergogna, di restare a casa ad accudire suo figlio. Non cinque mesi come concessione straordinaria, ma come normalità riconosciuta, retribuita, protetta. Quel giorno non avremmo bisogno di celebrarlo con una festa: sarebbe già scritto nel calendario della vita ordinaria.