L’arcivescovo chiede pace e giustizia. Maduro resta. Il petrolio va agli Stati Uniti. E il Nazareno passa ancora per l’angolo di Miracielos

Mons. Biord ha celebrato il Mercoledì Santo con le parole più belle e più necessarie che un pastore possa pronunciare su un paese ferito. Ma fuori dalla chiesa, la realtà venezuelana risponde con il cinismo di sempre: nessun cambio di regime, nessuna giustizia, solo un accordo petrolifero tra la vicepresidente e Washington. La croce resta sulle spalle degli stessi di prima

C’è una processione che a Caracas si ripete da trecento anni. Il Nazareno di San Paolo percorre le strade della città, passa per l’angolo di Miracielos, e la gente si riversa sulle strade a guardarlo, a pregare, a portare il peso simbolico di una croce che — in Venezuela — non ha mai smesso di essere anche molto concreta. Quest’anno l’arcivescovo Raúl Biord ha presieduto la messa del Mercoledì Santo con parole di rara bellezza e di rara onestà: «Il Venezuela ha bisogno di pace, frutto della verità e della giustizia, ha bisogno di perdono, ha bisogno di generare fiducia, ha bisogno di un progetto articolato e consensuale del paese che vogliamo e meritiamo».

Parole giuste. Parole necessarie. Parole che galleggiano nell’aria della cattedrale e si disperdono fuori, nella città, dove il regime di Nicolás Maduro è esattamente dov’era il giorno prima, il mese prima, l’anno prima, il decennio prima. Solido, impermeabile, sordo — come lo sono tutti i regimi che hanno imparato a sopravvivere non attraverso il consenso ma attraverso la combinazione di repressione, corruzione e rendita petrolifera.

Biord ha citato Francesco — l’altro Francesco, Bergoglio, non il Poverello di Assisi, anche se entrambi tornano utili — sulla parabola del Buon Samaritano: «Uomini e donne che fanno propri e accompagnano la fragilità degli altri, che non lasciano che si eriga una società di esclusione». Ha chiesto Cirinei che portino la croce degli ingiustamente imprigionati, dei migranti, di chi ha perso la speranza. Ha chiesto Veroniche che puliscano il viso insanguinato di chi soffre. Ha chiesto la Maddalena che piangi con chi piange.

È una liturgia del dolore che descrive il Venezuela con precisione quasi clinica. Sette milioni di emigrati — il più grande esodo dell’America Latina della storia moderna. Una povertà che tocca l’ottanta per cento della popolazione. Prigionieri politici nelle celle del SEBIN e di Tocuyito. Un sistema sanitario che prescrive farmaci che non esistono per malattie che non si possono curare. Un’inflazione che ha divorato i risparmi di generazioni. Una classe media che è semplicemente sparita, sciolta come neve al sole caldo della rivoluzione bolivariana.

Tutto questo Biord lo sa. Lo dice. Lo nomina con il linguaggio obliquo ma inequivocabile di chi deve parlare dentro un regime che ascolta e che non perdona.

Ma fuori dalla chiesa, mentre il Nazareno passa per Miracielos, il regime tratta.

Perché la novità del 2026 non è la pace. Non è la giustizia. Non è quel «progetto consensuale del paese che vogliamo e ci meritiamo» invocato dall’arcivescovo. La novità è che Delcy Rodríguez, vicepresidente della repubblica bolivariana, già sanzionata dagli Stati Uniti, già accusata di narcotraffico da tribunali americani, già simbolo di quell’oligarchia chavista che ha saccheggiato il paese mentre predicava la rivoluzione dei poveri — Delcy Rodríguez sta negoziando la consegna di petrolio venezuelano agli Stati Uniti d’America.

Non è una notizia piccola. È, in fondo, il riassunto di tutto.

Trump aveva promesso, nel primo mandato e nel secondo, di strangolare economicamente il regime di Maduro fino alla resa. Aveva imposto sanzioni, riconosciuto Guaidó, parlato di liberazione del Venezuela come di una missione storica. Poi, come accade sempre quando la geopolitica incontra il pragmatismo petrolifero, qualcosa si è aggiustato. Il Venezuela ha riserve di petrolio tra le più grandi del mondo. Gli Stati Uniti hanno un presidente che ama i deal più delle ideologie e che ha già detto, senza vergogna, che si prenderà tutto il merito degli accordi riusciti e darà la colpa a Vance per quelli falliti. L’equazione non è difficile.

E così il regime che doveva cadere non cade. La vicepresidente sanzionata negozia indisturbata. Il petrolio bolivariano torna a scorrere verso le raffinerie americane. E Maduro resta dov’è — legittimato non dalla volontà popolare, che alle elezioni del luglio 2024 lo aveva sonoramente sconfitto secondo ogni osservatore indipendente, ma dalla solita alchimia di forza militare, alleanze internazionali e pragmatismo cinico degli stessi che fino a ieri predicavano la democrazia come valore irrinunciabile.

Il cambio di regime che Trump aveva evocato? «L’abbiamo ottenuto per caso», ha detto il presidente americano — riferendosi all’Iran, con quella leggerezza da impresario che tratta i destini dei popoli come posizioni di borsa. In Venezuela, invece, non è cambiato niente. Forse perché il petrolio vale più della democrazia. Forse perché vale sempre più della democrazia, ovunque, quando si tratta di scegliere davvero.

Biord ha raccontato, nell’omelia, il miracolo del 1696. La peste del vomito nero. Il Nazareno che passa per Miracielos, la croce che si aggroviglia all’albero dei limoni, i frutti che cadono, la limonata che guarisce i malati. Un miracolo collettivo, ha sottolineato il vescovo — Dio non l’ha fatto da solo, ha voluto la collaborazione umana. C’era chi raccoglieva i limoni, chi portava l’acqua, chi aggiungeva lo zucchero, chi distribuiva la limonata.

È una bella teologia della storia. L’idea che i miracoli richiedano mani umane. Che la grazia non sostituisca l’azione ma la trasformi. Che il Signore attenda la nostra collaborazione nel piano della salvezza.

Ma il Venezuela del 2026 non ha carenza di mani umane disposte a collaborare. Ha carenza di un sistema che non le spezzi. Ha carenza di elezioni rispettate. Ha carenza di una comunità internazionale che scelga i principi invece degli interessi. Ha carenza di un’America che non faccia accordi petroliferi con la vicepresidente che dovrebbe essere in galera secondo le proprie leggi.

Ha carenza, insomma, non di Cirinei e Veroniche — ce ne sono, ce ne sono stati, molti sono in prigione o in esilio — ma di quella volontà politica internazionale che trasformi le preghiere di un arcivescovo in fatti concreti invece di lasciarle evaporare nell’aria umida di Caracas come ogni anno, ogni Settimana Santa, da quando Chávez è salito al potere e il paese ha cominciato la sua lunghissima Via Crucis.

C’è una differenza abissale, in questa Pasqua latinoamericana, tra le parole di un vescovo a Caracas e le parole di un presidente a Washington. Biord chiede pace «frutto della verità e della giustizia». Trump si vanta di aver ottenuto un cambio di regime per caso e tratta il petrolio venezuelano come merce di scambio in un gioco di potere che con la verità e la giustizia non ha nulla a che fare.

Il Nazareno passa ancora per Miracielos. La croce si aggroviglia ancora agli stessi rami. Ma stavolta i frutti non bastano per fare la limonata. E i malati restano malati.

La peste, questa volta, ha imparato a fare accordi.

Trecento anni fa una limonata miracolosa guarì la peste di Caracas. Oggi la peste si chiama Maduro, si chiama povertà strutturale, si chiama prigionieri politici, si chiama diaspora di sette milioni di venezuelani. E l’unico miracolo che sembra in corso è che la vicepresidente Delcy Rodríguez abbia trovato il modo di vendere il petrolio agli americani che fino a ieri erano il Grande Satana. Nessun limone. Nessuna guarigione.