A pochi minuti d’auto dallo stadio Akron, uno degli impianti che ospiteranno i Mondiali di calcio del 2026, la terra di Jalisco restituisce sacchi neri pieni di resti umani. Mentre il Messico si prepara ad accogliere tifosi e riflettori internazionali, a Guadalajara e nei suoi sobborghi riemerge con brutalità una realtà che il Paese conosce da anni: quella delle sparizioni forzate legate al crimine organizzato.
Nei campi di Zapopan, tra piantagioni di agave e terreni abbandonati, i collettivi di familiari dei desaparecidos scavano dove le autorità spesso non arrivano – o arrivano tardi. «Ci hanno detto che avremmo trovato dei corpi», racconta Carmen Ponce, 26 anni, che cerca il fratello scomparso da cinque anni. Fa parte del collettivo Manos Buscadoras, che grazie a una segnalazione anonima ha individuato una fossa clandestina contenente decine di sacchi con resti smembrati. Teste, arti, torsi: corpi ridotti in pezzi, secondo una pratica tristemente tipica dei cartelli attivi nello Stato di Jalisco.
La vicinanza con lo stadio che ospiterà partite del Mondiale rende tutto ancora più disturbante. «Il complesso sportivo è a cinque minuti da qui», ripete Carmen. Nei dintorni, negli ultimi mesi, sono stati rinvenuti centinaia di sacchi con resti umani. Una macabra geografia della morte che convive con i cantieri, le opere di maquillage urbano e la retorica della festa globale.
Secondo Jonathan Ávila, del Centro di giustizia per la pace e lo sviluppo (Cepad), Zapopan è un territorio emblematico: zona ricca, segnata da decenni di presenza del crimine organizzato e da operazioni di riciclaggio. Campi e terreni isolati diventano così luoghi ideali per far sparire i corpi. «Qui il problema non è solo la violenza – spiega – ma l’impunità strutturale».
Un’impunità che passa anche attraverso i numeri. Le autorità locali di Jalisco dichiarano oltre 16.000 persone scomparse, mentre i dati federali ne indicano circa 13.500. Una discrepanza che le istituzioni non chiariscono e che alimenta l’accusa, mossa dalle ONG, di voler “far sparire i desaparecidos due volte”: prima fisicamente, poi statisticamente. A livello nazionale, il Messico supera ormai i 130.000 scomparsi, con il 98% dei casi rimasti irrisolti.
I collettivi temono che l’avvicinarsi del Mondiale spinga le autorità a “ripulire” l’immagine della città, cancellando manifesti, memorie e denunce. «C’è la volontà di mostrare solo ciò che è bello e turistico», denuncia Ávila. «Ma questo evento potrebbe essere anche un’occasione perché il mondo capisca cosa succede davvero qui».
Per le famiglie delle vittime, però, la festa del calcio suona come una beffa. «Io non voglio il Mondiale», dice la madre di Carmen, appoggiata a una quercia accanto alla fossa scavata. «Voglio mio figlio. Tutti quelli che verranno a Guadalajara devono sapere che cammineranno su un cimitero».
Dietro l’immagine globale dello sport e della modernità, il Messico mostra così il suo volto più lacerato: quello di un Paese dove il pallone rotola sopra una terra che continua a restituire ossa, e dove la memoria dei desaparecidos resiste grazie a chi scava, a mani nude, contro il silenzio dello Stato.
