Stamattina i carri armati israeliani sono rientrati in Libano meridionale. L’UNIFIL ha ordinato l’evacuazione del personale non essenziale. L’esercito libanese si è ritirato da sette posizioni di confine senza sparare un colpo. Tra i caschi blu evacuati ci sono anche militari italiani della Brigata Sassari, appena schierata nell’ambito dell’operazione Leonte. Il Libano è di nuovo in guerra. E questa volta, per la prima volta, c’è scritto anche il nostro nome.
C’è un’espressione araba che i libanesi usano per descrivere il destino del loro paese: ‘ala kafa al-rit — sul palmo del vento. Un paese troppo piccolo, troppo complicato, troppo strategicamente posizionato per poter decidere da solo quando scoppia una guerra sul suo territorio. La storia del Libano è una lunga serie di conflitti che gli altri hanno deciso e lui ha subito: l’OLP negli anni Settanta, Israele nel 1982, Siria, Iran, Hezbollah, e ancora Israele, nel 2006, nel 2024, e oggi.
Oggi, 3 marzo 2026, le unità israeliane sono avanzate oltre i cinque avamposti già mantenuti lungo il confine dopo il cessate il fuoco del novembre 2024, operando «nei pressi della zona di confine come parte di una rafforzata postura di difesa avanzata». Netanyahu e Katz hanno autorizzato l’avanzata «per impedire di sparare sulle comunità israeliane di confine». L’esercito libanese si è ritirato da almeno sette posizioni in prima linea lungo il confine. I bombardamenti hanno già provocato lo sfollamento di almeno 30.000 persone. Secondo un corrispondente sul campo, l’IDF sta usando munizioni al fosforo sulla città di Yohmor el-Chaqif, nel distretto di Nabatiyeh.
Il fosforo bianco su un’area civile non è una scelta tattica: è una violazione del diritto internazionale umanitario, proibita dalla Convenzione sull’uso di certe armi convenzionali quando usata in zone abitate. Non è la prima volta che viene denunciato nel contesto di questo conflitto. Non è nemmeno la prima violazione del cessate il fuoco di novembre: solo nei primi tre mesi del 2025 sono state documentate oltre duemila violazioni della sovranità libanese. Duemila. Una ogni ora, in media. La tregua era un nome su un foglio.
Il cessate il fuoco che non è mai stato
Per capire perché i carri armati israeliani sono rientrati in Libano stamattina bisogna capire che, in un senso molto concreto, non ne erano mai usciti davvero. Da quando l’accordo di cessate il fuoco è stato firmato nel novembre 2024, Israele ha ucciso oltre 300 persone in Libano, ha continuato a espandere la sua occupazione nel sud e ha demolito decine di migliaia di case, la maggior parte delle quali dopo la firma della tregua. L’accordo prevedeva che Hezbollah si ritirasse a nord del fiume Litani e che Israele ritirasse gradualmente le truppe. Nessuno dei due si è mosso davvero. Israele ha mantenuto cinque avamposti avanzati dichiarandoli conformi all’accordo. Hezbollah ha risposto con lanci sporadici, negando ogni volta il coinvolgimento. Nel frattempo, Israele ha sparato sui civili libanesi che tentavano di tornare alle proprie case al confine, uccidendone 24 — tra cui sei donne e un soldato dell’esercito libanese.
Oggi l’innesco formale dell’operazione di terra è stato Hezbollah, che ha attaccato il nord di Israele con razzi e droni nella notte. Il governo libanese aveva persino vietato a Hezbollah di condurre operazioni militari il giorno prima. Inutilmente. Ma la domanda che vale la pena porsi non è chi ha sparato per primo — in questa guerra il turno di chi spara per primo si alterna da sedici mesi senza soluzione di continuità. La domanda è: perché nessun meccanismo internazionale è riuscito a fermare l’escalation? Perché l’UNIFIL, la forza di interposizione dell’ONU, si è limitata a chiedere al personale non essenziale di evacuare le sue posizioni invece di interporsi? Perché l’accordo del novembre 2024, garantito da Stati Uniti e Francia, non valeva il foglio su cui era scritto?
I caschi blu italiani in mezzo
C’è un elemento di questa storia che tocca direttamente noi, e che merita di essere detto con chiarezza. Nei settori meridionali del Libano è in corso lo schieramento della Brigata Sassari, che dai primi di marzo guida l’operazione Leonte nell’ambito della missione UNIFIL. Circa 500 militari sardi sono tra i 2.800 caschi blu presenti nella zona. Stamattina, mentre i carri armati israeliani avanzavano, l’UNIFIL ha chiesto al personale non essenziale di evacuare alcune posizioni nel sud del Paese.
I militari italiani della Brigata Sassari si trovano nella stessa situazione paradossale di tutti i contingenti UNIFIL: mandato ONU di interposizione, ma nessuna autorità reale di bloccare le parti. Possono osservare, documentare, riferire. Non possono fermare un carro armato israeliano che avanza né un razzo di Hezbollah che vola. Sono, nel senso tecnico del termine, ostaggi della situazione — non nel senso drammatico, ma nel senso strutturale: la loro presenza dipende dalla volontà delle parti di lasciarli stare. E quella volontà, oggi, vale meno di ieri.
Le famiglie sarde — lo leggiamo nelle cronache locali — sono in apprensione. Non è isterismo: è una preoccupazione razionale. I nostri soldati sono stati mandati a vigilare su un cessate il fuoco che non reggeva già da mesi, senza che nessuno li abbia avvisati preventivamente dell’escalation che stava per scoppiare. Esattamente come i colleghi in Kuwait e Erbil, anche i caschi blu in Libano hanno scoperto dalla cronaca quello che sarebbe successo, non da chi ha deciso.
Tre scenari possibili
La situazione sul campo, questa mattina, può evolvere in tre direzioni.
Il primo scenario — il più ottimistico e meno probabile nel breve termine — è un nuovo cessate il fuoco negoziato in fretta, sul modello di quelli già visti. Israele ottiene quello che vuole (una zona cuscinetto più ampia, Hezbollah ulteriormente indebolito), accetta una mediazione americana o francese, si ritira dichiarando «missione compiuta». Hezbollah incassa le perdite, si riorganizza, aspetta. Il Libano rimane com’è: distrutto, dipendente dagli aiuti internazionali, incapace di controllare il proprio sud.
Il secondo scenario è un’escalation orizzontale. Hezbollah, indebolito dall’eliminazione della sua catena di comando avvenuta nel 2024 ma non distrutto, risponde con forza crescente. Il nord di Israele torna sotto attacco intenso. Israele avanza ulteriormente verso il Litani, forse oltre. La guerra si estende geograficamente, coinvolge la periferia sud di Beirut, la valle della Bekaa. In questo scenario il Libano come stato funzionante — già ridotto ai minimi termini — smette di esistere operativamente.
Il terzo scenario è quello che nessuno vuole nominare ma che il contesto rende meno improbabile di quanto sembrerebbe: un Libano meridionale definitivamente occupato, de facto annesso alla zona di sicurezza israeliana, con l’UNIFIL progressivamente neutralizzata nella sua funzione e costretta a ridurre la presenza. Non è uno scenario fantapolitico — è già successo. Israele ha occupato il Libano meridionale dal 1982 al 2000, diciotto anni. Con una differenza: allora non c’era una guerra con l’Iran in corso. Oggi sì.
Quello che la fede vede
Il Libano ha una storia cristiana antica e orgogliosa. I maroniti, che hanno costruito una parte significativa dell’identità nazionale libanese, sono una delle comunità cristiane più antiche del Medio Oriente — radici nel quinto secolo, liturgia maronita siriaca, fedeltà a Roma mai interrotta. In questo momento, quasi tre milioni di persone, tra cittadini libanesi e rifugiati siriani, dipendono dall’assistenza umanitaria in un paese già a pezzi per l’iperinflazione, il collasso bancario del 2019, l’esplosione del porto di Beirut nel 2020, e quattro anni di crisi politica senza governo stabile. Su questo Libano fragile, esausto, cadono ancora le bombe.
Guardare questa realtà alla luce della fede non significa trovare risposte facili. Significa, prima di tutto, rifiutarsi di guardare dall’altra parte. Il Libano non è lontano: è a tre ore di volo da Roma. I caschi blu della Sassari sono lì in questo momento. Le famiglie cristiane di Aïta el-Chaab e Rmeich, citate tra i villaggi evacuati dall’esercito libanese, sono comunità cattoliche e grecoortodosse presenti da secoli in quella terra. Non sono numeri in un bollettino di guerra: sono fratelli di fede.
La tradizione cristiana ha sempre insistito che la pace non è semplicemente assenza di guerra — è frutto di giustizia. Un cessate il fuoco che permette 2.000 violazioni in tre mesi non è pace: è guerra con un nome diverso. Un accordo internazionale che nessuna delle parti rispetta non è diplomazia: è il simulacro della diplomazia. E una forza di interposizione che non può interporsi non è una garanzia di sicurezza: è una presenza simbolica che dà alle potenze la copertura per dire che «si sta facendo qualcosa».
Si sta facendo qualcosa. I carri armati israeliani avanzano. I razzi di Hezbollah volano verso il nord di Israele. Il fosforo bianco brucia a Yohmor el-Chaqif. I militari della Brigata Sassari sono nei bunker. E il Libano — quel paese fragile, plurale, complicato, bellissimo — è di nuovo sul palmo del vento.
