Leone XIV all’Angelus prega per le vittime di Crans-Montana e per il Venezuela
C’è un filo sottile ma robusto che attraversa l’Angelus di papa Leone XIV in questa II Domenica dopo Natale: è il filo dell’incarnazione come criterio di giudizio della storia. Non un concetto astratto, ma una misura concreta, esigente, persino scomoda. Perché se «il Verbo si fece carne», allora la carne dell’uomo – oggi – diventa il luogo decisivo in cui Dio chiede di essere riconosciuto o tradito.
Il Papa lo dice con chiarezza, con un linguaggio che non indulge a spiritualismi consolatori: la speranza cristiana non nasce da previsioni ottimistiche, né da equilibri geopolitici, ma da una scelta irrevocabile di Dio: non lasciarci soli nella traversata della vita. È una speranza che ha il peso della carne, non la leggerezza delle illusioni.
Da qui discende il doppio movimento indicato da Leone XIV. Verso Dio, anzitutto: non possiamo più permetterci un Dio disincarnato, ridotto a dottrina fredda o a bandiera identitaria. Pensare Dio a partire dalla carne di Gesù significa purificare anche una certa religiosità che ama un cielo perfetto ma fatica ad abitare la terra ferita. Il Papa è netto: una fede non incarnata non è fede evangelica.
Ma è nel secondo movimento, quello verso l’uomo, che l’Angelus diventa immediatamente storia. E dolore. E responsabilità.
Il riferimento alla tragedia di Crans-Montana, con i giovani morti e le famiglie ferite, non è una semplice formula di cordoglio. È la conseguenza logica dell’incarnazione. Quando la carne giovane viene spezzata, quando la vita si interrompe nel pieno delle sue promesse, la Chiesa non può limitarsi a un gesto rituale: deve fermarsi, tacere, pregare, condividere. Perché – lo ricorda implicitamente il Papa – non c’è culto autentico verso Dio senza la cura per la carne umana. Neppure quando quella carne muore lontano dai riflettori del mondo.
E poi il Venezuela. Qui il tono cambia, ma non il criterio. Leone XIV non entra nella contesa ideologica, non benedice né demonizza schieramenti. Richiama invece ciò che viene prima e ciò che viene dopo ogni potere: il bene del popolo. È una parola antica e sempre nuova della dottrina sociale della Chiesa, che oggi risuona con particolare forza: la sovranità non è un feticcio, è responsabilità; lo Stato di diritto non è un optional, è la condizione minima della convivenza; la pace non nasce dalla violenza, ma da cammini di giustizia condivisa.
Colpisce l’insistenza del Papa sui più poveri, quelli che pagano sempre il prezzo più alto quando la politica diventa scontro e la forza prende il posto del diritto. Qui l’incarnazione smette definitivamente di essere un tema natalizio e diventa criterio politico nel senso più alto del termine: se Dio si è fatto carne, allora nessuna strategia, nessun interesse economico o geopolitico può calpestare la carne dei poveri senza tradire l’umano.
Non è un caso che Leone XIV affidi il Venezuela alla Madonna di Coromoto e a figure popolari come José Gregorio Hernández. È un modo per dire che la speranza non viene imposta dall’alto, ma nasce dal basso, dalla fede di un popolo che soffre e resiste.
In un tempo in cui la parola “incarnazione” rischia di restare confinata alla teologia, l’Angelus di oggi la restituisce alla sua verità più radicale: Dio ha scelto la carne, e da quella scelta non si torna indietro. Né nella fede, né nella storia.
