C’è una contraddizione che pesa come una pietra nel decreto firmato il 16 gennaio dal presidente siriano Ahmed al-Chareh. Da un lato, il riconoscimento formale di diritti attesi da decenni: la lingua curda elevata a “lingua nazionale”, l’insegnamento nelle scuole pubbliche, il Nowruz proclamato festa ufficiale, la restituzione della cittadinanza a migliaia di persone rimaste apolidi dal censimento del 1962. Dall’altro, i carri armati che avanzano nel Nord, gli scontri con le forze curde, Aleppo riconquistata con la forza e negoziati congelati. È la diplomazia della mano tesa mentre l’altra stringe il pugno.
Il testo del decreto è, sulla carta, un passaggio storico. Per la prima volta lo Stato siriano afferma che i curdi non sono un corpo estraneo ma “una parte essenziale e autentica del popolo siriano”. Una frase che, letta isolatamente, suona come una smentita radicale di decenni di arabizzazione forzata, di repressione culturale, di marginalizzazione politica. La lingua curda, bandita a lungo dallo spazio pubblico, entra nel perimetro della legittimità statale. La memoria, attraverso il Nowruz, diventa calendario civile. L’identità, negata per generazioni, riceve finalmente un sigillo giuridico.
Eppure, il contesto svuota il simbolo di una parte del suo peso. Mentre il decreto viene pubblicato, l’esercito siriano combatte contro quelle stesse forze curde che, negli anni più bui della guerra civile, avevano garantito una parvenza di ordine nel Nord e nel Nord-Est del Paese, strappando territori allo Stato islamico con l’appoggio di una coalizione internazionale. È una scena già vista nella storia mediorientale: il riconoscimento dei diritti come strumento di pacificazione, o come leva per dividere il fronte avversario.
I curdi siriani conoscono bene questa ambiguità. Hanno sperimentato cosa significhi essere utili e poi sacrificabili. Dopo il 2011, approfittando del collasso dello Stato, hanno costruito istituzioni civili e militari, amministrato risorse energetiche strategiche, sperimentato forme di autogoverno che hanno attirato simpatie e diffidenze. Oggi, l’accordo del marzo 2025 che avrebbe dovuto integrare quelle strutture nello Stato siriano è fermo. Le parole di Damasco promettono inclusione, ma le armi sul terreno parlano di controllo.
Il decreto, allora, può essere letto in due modi. Come un atto sincero, tardivo ma necessario, di ricomposizione nazionale dopo una guerra che ha devastato il Paese per oltre un decennio. Oppure come un gesto tattico, pensato per isolare i gruppi armati curdi, distinguere tra “buoni cittadini” e “forze ostili”, legittimare l’azione militare presentandola non come repressione di una minoranza, ma come ristabilimento dell’autorità statale.
La verità, probabilmente, sta nel mezzo. La Siria del dopo-guerra è un mosaico fragile, in cui nessun attore può permettersi di ignorare la questione curda. Riconoscerne lingua e identità è un passo irreversibile, perché una concessione simbolica difficilmente può essere ritirata senza costi enormi. Ma trasformare il simbolo in fiducia richiede tempo, coerenza e soprattutto il silenzio delle armi.
Per i curdi, il decreto è insieme una conquista e un avvertimento. Una conquista, perché ciò che è scritto resta, e cambia il vocabolario dello Stato. Un avvertimento, perché i diritti concessi mentre si combatte sono sempre diritti condizionati. La storia recente insegna che il riconoscimento culturale senza reale partecipazione politica rischia di essere una tregua, non una pace.
In Siria, oggi, la lingua curda entra nei libri di scuola mentre il conflitto continua nelle strade del Nord. È l’immagine di un Paese che prova a ricomporsi senza aver ancora deciso se la pluralità sia una ricchezza da custodire o un problema da gestire. E finché questa ambiguità resterà irrisolta, ogni decreto, per quanto solenne, continuerà a parlare con due voci.
