J. D. Vance pubblica il libro sulla sua conversione, figlia di un cristianesimo poco evangelico

C’è qualcosa di profondamente inquietante nel modo in cui JD Vance parla della sua conversione al cattolicesimo. “La storia di come ho ritrovato la fede è accaduta solo perché l’avevo persa”, scrive nel suo prossimo libro, Communion, in uscita a giugno. Parole che suonano sincere, intime, quasi vulnerabili. Eppure, lette accanto alle politiche di deportazione di massa che ha contribuito a costruire, accanto alla retorica del corpo migrante come “impurità rituale” che infesta la narrazione MAGA, quelle stesse parole acquisiscono un sapore diverso. Amaro. Quasi blasfemo.

Il cattolicesimo americano sta attraversando una metamorfosi silenziosa e pericolosa. Non è più soltanto la fede dei quartieri irlandesi di Boston o degli immigrati italiani di Chicago. Sta diventando qualcos’altro: un’identità tribale, un’insegna culturale, un’arma ideologica. Charlie Kirk lo brandisce come simbolo di civiltà occidentale assediata. Ben Shapiro — ebreo ortodosso, ma intellettualmente contiguo a questo mondo — ne celebra l’estetica tradizionalista come baluardo contro il “caos progressista”. E Vance ne fa il racconto fondativo della propria rinascita personale, giusto in tempo per una probabile candidatura presidenziale nel 2028.

Il meccanismo è antico quanto il potere: si prende una fede e la si svuota del suo contenuto più scomodo — la cura per il povero, l’accoglienza dello straniero, la critica al ricco — per riempirla di tutt’altro. Di confini. Di purezza. Di elezione.

Non è una novità americana, sia chiaro. L’Europa conosce bene questa traiettoria: il crocifisso nelle aule scolastiche rivendicato da chi non ha mai messo piede in una chiesa, la Madonna usata come simbolo identitario da movimenti che farebbero inorridire qualsiasi teologo. Ma negli Stati Uniti il fenomeno assume una densità particolare, perché si innesta su una struttura già teocratica nelle sue fondamenta. Come ha mostrato con lucidità la genealogia puritana del potere americano, l’idea di una nazione come “nuova Israele”, di un popolo eletto con un patto divino da onorare, non è una novità trumpiana: è il codice genetico della Repubblica. Trump — e ora Vance — non hanno inventato nulla. Hanno solo trovato il canale giusto per far scorrere un’acqua che stava già lì, sotterranea, da quattro secoli.

marco rubio croce ceneri in fronte

Quel che è nuovo, e che dovrebbe preoccupare, è la sofisticazione del travestimento. Vance non è un predicatore urlante. È un uomo che cita Aristotele e Tommaso d’Aquino, che parla di “virtù” e di “bene comune”, che ha frequentato Yale e sa come si costruisce una narrazione intellettualmente rispettabile. Il suo cattolicesimo ha l’odore delle biblioteche, non delle arene. Ed è precisamente per questo che è più pericoloso.

Perché quando una fede smette di interrogare il potere e comincia a legittimarlo, quando smette di stare dalla parte degli ultimi e comincia a disegnarne i confini, quando smette di essere universale e diventa identitaria — in quel momento non è più una fede. È una bandiera. E le bandiere, si sa, non salvano nessuno. Servono solo a separare chi sta dentro da chi sta fuori.

L’Africa, nel frattempo, cresce. I seminaristi africani sono già il 34,5% del totale mondiale. Una Chiesa povera, periferica, lontana dai talk show e dai libri in uscita a giugno, continua a fare quello che ha sempre fatto: seppellire i morti, nutrire i vivi, tenere aperte le porte. Senza telecamere. Senza contratti editoriali. Senza candidature presidenziali all’orizzonte.

Forse è da lì che vale la pena ascoltare, se si vuole capire cosa sia davvero il cattolicesimo. Non da Washington.