Allontanati i bambini da Catherine

C’è una domanda che nessuno dei due schieramenti in cui si è divisa l’Italia — i “difensori della famiglia” da una parte, i “difensori dei bambini” dall’altra — sembra disposto a porre con onestà. Non è se lo Stato avesse il diritto di intervenire. È come lo Stato abbia esercitato quel diritto, e se, a quattro mesi di distanza, stia ancora esercitandolo nel modo giusto.

La vicenda di Catherine e Nathan — la famiglia anglo-australiana che viveva nel bosco di Palmoli, nel Chietino, con i tre figli di sei e otto anni — è diventata una battaglia di bandiere. La bandiera della libertà contro la bandiera del welfare. La bandiera del bosco contro la bandiera del cemento. Tutti agitano il loro stendardo. Quasi nessuno parla dei bambini.

Proviamoci noi.

Cosa dice la legge. E cosa non dice.

Cominciamo dal piano giuridico, che è il più solido e il meno romantico. La legge italiana ha compiuto, nel 2013, una rivoluzione concettuale precisa: ha sostituito la parola “potestà” con la parola “responsabilità genitoriale”. Non è un cambio di etichetta. È un ribaltamento di prospettiva: essere genitori non è un potere sul figlio, ma un dovere nei suoi confronti. Come tale, può essere sospeso quando il benessere del figlio è in pericolo.

Il Tribunale per i minorenni dell’Aquila si è mosso, formalmente, dentro questo quadro. Il fulcro del provvedimento non riguarda la scelta dell’istruzione parentale in sé, né la vita fuori dagli schemi urbani. Il nodo è il diritto alla vita di relazione dei bambini, tutelato dall’articolo 2 della Costituzione: l’isolamento prolungato è stato considerato un rischio concreto per lo sviluppo socio-relazionale dei minori. A ciò si aggiungevano criticità abitative documentate, il rifiuto dei controlli sanitari obbligatori, e l’assenza di qualunque reddito verificabile.

La Cassazione stessa ha chiarito che “la situazione di abbandono” può risultare “quale obiettiva conseguenza di una condotta commissiva che, indipendentemente dagli intendimenti cui essa risulti ispirata — e perfino in contrasto con essi — impedisca o esponga a grave rischio il sano sviluppo psicologico del minore”. In altri termini: si può amare i propri figli profondamente e fare loro del male involontariamente. L’amore non è automaticamente competenza. L’intenzione non è automaticamente risultato.

Fin qui, il sistema regge.

Dove il sistema scricchiola.

Ma uno Stato di diritto non si misura solo sul se interviene. Si misura sul come, sul quando, sulla proporzionalità dei mezzi impiegati. Ed è qui che la vicenda di Palmoli, soprattutto nella sua fase attuale — marzo 2026, quattro mesi dopo l’allontanamento — comincia a sollevare domande che non possono essere eluse con un richiamo alla norma.

La legge 184 e la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia non lasciano spazio a interpretazioni: l’allontanamento dal nucleo familiare è un’extrema ratio e, quando necessario, deve durare il meno possibile. Il punto non è più — e forse non lo è mai stato — scegliere tra genitori e istituzioni. È chiedersi se il tempo che stiamo imponendo a questi bambini sia ancora compatibile con il loro interesse, che la legge definisce “supremo”. Perché il tempo della giustizia, dei servizi sociali e delle perizie non coincide con il tempo dell’infanzia.

Sei anni, otto anni. A quell’età un mese è un’eternità. Quattro mesi sono una vita intera. E ora, proprio nel giorno in cui dovevano finalmente iniziare le perizie psicologiche — quelle che avrebbero potuto aprire la via al ricongiungimento — il Tribunale ha disposto non solo il trasferimento dei bambini in un’altra struttura, ma la separazione della madre. Nel pieno dello svolgimento della consulenza tecnica. Come se il sistema avesse deciso di alzare la posta nel momento esatto in cui avrebbe dovuto abbassarla.

La Cassazione ha stabilito che “la valutazione dello stato di abbandono deve fondarsi su un riscontro attuale e concreto della situazione, basato su indagini riferite al presente e non al passato, tenendo conto della positiva volontà di recupero del rapporto genitoriale manifestata dai genitori”. Ora: i genitori di Palmoli hanno accettato la casa offerta in comodato gratuito. Hanno accettato il percorso. Hanno accettato le perizie. Cosa è cambiato, nel quadro, per giustificare una nuova separazione traumatica?

Quello che la dottrina cattolica dice — e che nessuno cita.

Arrivo qui al nodo teologico-sociale, che è quello che più mi sta a cuore e che nei dibattiti televisivi non si nomina mai.

La dottrina sociale della Chiesa riconosce alla famiglia una “soggettività sociale” inalienabile: essa è soggetto autonomo la cui identità è criterio di discernimento e punto di riferimento dell’organizzazione della società politica. La famiglia non è una creatura dello Stato: è anteriore allo Stato, portatore di diritti e doveri specifici nei cui confronti lo Stato ha il compito di rispettare, difendere e aiutare, non di sostituirsi.

Questo non significa che lo Stato non possa mai intervenire. Significa che il suo intervento deve essere sussidiario: deve cioè fare ciò che la famiglia non riesce a fare da sola, aiutandola a fare meglio — non rimpiazzarla come se fosse un ingranaggio difettoso da sostituire con uno nuovo. La Familiaris Consortio di Giovanni Paolo II e la Amoris Laetitia di Francesco disegnano entrambe lo stesso perimetro: la famiglia è “chiesa domestica”, spazio primario della formazione della persona, che lo Stato è chiamato a proteggere anche da se stesso.

C’è poi un secondo principio, raramente citato ma devastante nella sua precisione: il principio di gradualità. Uno Stato che pretende il rispetto delle regole deve esso stesso rispettarle — tutte, incluso il principio per cui le misure più invasive si adottano solo quando quelle meno invasive si siano rivelate insufficienti. Nel caso della famiglia Trevallion-Birmingham emerge una questione procedurale significativa: i genitori non avrebbero avuto la possibilità di dimostrare concretamente la loro capacità di adeguarsi alle prescrizioni del Tribunale, configurandosi potenzialmente una violazione del principio di gradualità che dovrebbe caratterizzare gli interventi di tutela minorile.

E il principio di gradualità non è solo un tecnicismo giuridico. È un’esigenza morale. È il riconoscimento che le famiglie — anche quelle in difficoltà, anche quelle stravaganti, anche quelle che scelgono il bosco invece del condominio — sono persone, non pratiche da chiudere.

Il problema dei periti e della terzietà.

C’è infine un elemento che in questo caso non può essere ignorato, e che riguarda la qualità stessa del processo: i post pubblicati sui social dalla collaboratrice della consulente tecnica nominata dal Tribunale, nei giorni immediatamente successivi all’allontanamento. “La fiaba esotica della famiglia del bosco è finita così.” “Cialtroni.” Messaggi pubblici, tracciabili, inequivocabili nel loro tono di scherno preventivo verso una famiglia al centro di un procedimento giudiziario in cui la stessa autrice era coinvolta professionalmente.

La difesa ha presentato istanza di ricusazione. La Garante regionale per l’infanzia ha annunciato approfondimenti. Ma il danno — in termini di credibilità della procedura — è già fatto.

Uno Stato di diritto esiste non quando le norme ci sono scritte. Esiste quando le norme vengono applicate anche a chi le applica. La terzietà del perito non è un optional burocratico: è la condizione di esistenza di qualunque accertamento che voglia chiamarsi giustizia. Senza di essa, non ci sono perizie. Ci sono sentenze già scritte.

La domanda che resta.

Al fondo di questa vicenda c’è una tensione che nessuna legge risolve da sola, e che la fede illumina senza eliminare: il figlio appartiene ai genitori o appartiene a se stesso?

La risposta cattolica — che coincide, guarda caso, con quella della migliore giurisprudenza moderna — è: né l’uno né l’altro. Il figlio è persona. È soggetto di diritti propri, non derivati dal consenso o dal progetto dei genitori. Ma è anche essere-in-relazione: non cresce da solo, non fiorisce senza radici, e le radici si chiamano madre, padre, storia comune, luogo amato. Strappare queste radici — anche con le migliori intenzioni — produce ferite che a volte non guariscono.

La sospensione della responsabilità genitoriale è temporanea e mira a ricomporre la famiglia, sanando le fragilità emerse. Bene. Ma “temporanea” significa qualcosa. Significa che c’è un orologio che gira. Significa che ogni settimana trascorsa senza un passo concreto verso il ricongiungimento non è un atto neutro: è un atto che produce danni reali su tre bambini reali.

E allora la domanda che pongo — non ai genitori, non ai giudici, ma al sistema nel suo insieme ora che la madre è stata separata dai figli nel mezzo delle perizie: i bambini della “famiglia nel bosco” li stiamo proteggendo davvero?

Perché proteggere i bambini non significa sottrarli ai pericoli. Significa consegnarli alla vita.