Da 550 a 2.200 sacerdoti in 58 paesi: i preti contro il genocidio sono il segno che la Chiesa si sta svegliando. Forse in ritardo. Ma si sta svegliando

 Nata dal basso nel settembre 2025 con una conferenza stampa e un documento fondativo, la rete internazionale dei Preti contro il genocidio è cresciuta in pochi mesi fino a diventare una voce che il Vaticano non può più ignorare. Ora chiedono coraggio alla Chiesa dopo che la polizia israeliana ha impedito al Cardinale Pizzaballa di entrare nel Santo Sepolcro la Domenica delle Palme. «Il silenzio non sarebbe prudenza — dicono. Sarebbe resa»

Esiste un momento in cui il silenzio non è più una forma di prudenza ma una forma di complicità. Esiste una soglia oltre la quale tacere significa scegliere — non la neutralità, perché la neutralità non esiste quando i bambini muoiono, ma il conforto di chi si volta dall’altra parte e trova mille giustificazioni teologiche, diplomatiche, istituzionali per non disturbare il potere che uccide.

Quella soglia, per don Rito Maresca e per i sacerdoti che nell’estate del 2025 hanno cominciato a telefonarsi, a scriversi, a condividere l’insofferenza crescente per un’istituzione ecclesiale che sembrava aver scelto l’equidistanza come postura permanente — quella soglia era già stata attraversata da tempo. Gaza bruciava da quasi due anni. I morti si contavano a decine di migliaia. Le immagini degli ospedali bombardati, delle chiese colpite, dei bambini estratti dalle macerie circolavano ogni giorno su ogni schermo. E la risposta ufficiale della Chiesa, con le lodevoli eccezioni di Pizzaballa che parlava dall’interno della tempesta e di qualche vescovo coraggioso sparso per il mondo, era quella delle dichiarazioni bilanciate, degli appelli generici alla pace, del linguaggio diplomatico che condanna tutto e non nomina niente.

Don Rito ha detto basta. E con lui, nell’arco di pochi mesi, cinquecentocinquanta sacerdoti cattolici provenienti da ventuno paesi. Poi il numero è cresciuto, è più che quadruplicato, è arrivato a duemiladuecento in cinquantotto paesi, con venticinque vescovi e due cardinali. Non è un dettaglio numerico — è il segnale che qualcosa si è mosso nella coscienza della Chiesa universale, che la diga del silenzio istituzionale ha cominciato a cedere dalla base, dal basso, dal luogo dove i sacerdoti incontrano le loro comunità e devono guardare negli occhi le persone che chiedono: ma voi cosa dite? Ma voi cosa fate?

Il documento fondativo della rete è un testo che merita di essere letto per intero, non per le sue qualità letterarie — è scritto con la sobrietà diretta di chi vuole essere capito e non ammirato — ma per il coraggio della sua precisione. Non è un appello generico alla pace. Non è una condanna simmetrica «di tutte le violenze». È un testo che distingue, che nomina, che prende posizione.

«Con la stessa forza con cui condanniamo il massacro del 7 ottobre, gli omicidi e i rapimenti compiuti dai terroristi di Hamas, con la stessa forza condanniamo la risposta sproporzionata, l’uccisione di persone innocenti giustificata come errori involontari, i bombardamenti di Paesi terzi sovrani, i crimini di guerra, la pulizia etnica, l’uso della fame come arma di sterminio e il genocidio perpetrato dallo Stato di Israele contro la popolazione palestinese».

Quella simmetria nella forza della condanna è tutto. Non è la simmetria falsa di chi mette sullo stesso piano il massacro del 7 ottobre — reale, efferato, ingiustificabile — e la risposta israeliana, come se fossero due torti equivalenti di due parti ugualmente in torto. È la simmetria morale di chi dice: abbiamo una sola misura, si chiama dignità della vita umana, e quella misura si applica a tutti senza eccezioni. Il bambino israeliano ucciso il 7 ottobre vale quanto il bambino palestinese ucciso il giorno dopo. E il giorno dopo ancora. E i cinquantamila giorni dopo ancora.

È una posizione che nel dibattito pubblico occidentale viene sistematicamente distorta, attaccata, accusata di antisemitismo da chi ha imparato a usare quella parola come scudo per impedire la critica a una politica di governo — non a un popolo, non a una religione, non a una tradizione millenaria di sofferenza e resistenza, ma a un governo specifico, a scelte politiche specifiche, a una dottrina militare specifica che ha prodotto risultati che la Corte Internazionale di Giustizia sta esaminando con la parola «genocidio» già sulle carte processuali.

La rete lo dice esplicitamente: «La nostra denuncia non è rivolta al popolo ebraico» — e sottolinea il «rifiuto inequivocabile di ogni forma di antisemitismo» — «ma alla leadership politica israeliana e alle reti politiche, mediatiche e culturali che continuano a giustificare e proteggere le sue azioni». È una distinzione che ogni persona di buona fede è in grado di fare. È la stessa distinzione che si fa quando si critica il governo cinese senza odiare il popolo cinese, quando si condanna Putin senza odiare i russi, quando si denuncia Ortega senza odiare i nicaraguensi. È elementare. Ed è sistematicamente ignorata da chi preferisce l’accusa di antisemitismo alla fatica di rispondere nel merito.

Poi è arrivata la Domenica delle Palme del 2026. E quello che era un conflitto lontano, mediato dagli schermi e dalle statistiche, è diventato improvvisamente visibile e prossimo in un episodio che ha il valore di un simbolo — non perché sia il più grave di quanto accade in Terra Santa, non perché due persone impedite di celebrare una messa valgano quanto cinquantamila morti, ma perché la violazione è avvenuta in un luogo e in un momento che nessuno può ignorare.

La polizia israeliana ha impedito al Cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, e a padre Francesco Ielpo, Custode di Terra Santa, di entrare nella Basilica del Santo Sepolcro per celebrare la Messa della Domenica delle Palme.

Fermiamoci un momento su questo fatto nella sua materialità. Il Patriarca di Gerusalemme — il successore di duemila anni di presenza cristiana nella città santa, il pastore di una comunità che ha custodito quei luoghi attraverso crociati e saladini, ottomani e britannici, guerre e armistizi — viene fermato dalla polizia di uno stato moderno sulla soglia del luogo più sacro del cristianesimo, nel giorno che apre la settimana più santa dell’anno.

Non è un «eccesso amministrativo», come scrive con sacrosanta ironia la rete dei Preti contro il genocidio. È una violazione della libertà di culto. È una rottura dello status quo storico che regola l’accesso ai luoghi santi di Gerusalemme da secoli. È un insulto a milioni di cristiani nel mondo. Ed è, soprattutto, la manifestazione tangibile, visibile, documentata di quella «costante escalation» che la rete descrive come parte di «un modello più ampio e allarmante» — il progressivo smantellamento, pezzo per pezzo, degli spazi di libertà, di culto, di presenza non ebraica in una città che tre religioni mondiali considerano propria.

Il padre Francesco Ielpo è «erede della missione francescana che ha custodito i Luoghi Santi per otto secoli», scrive la rete. Otto secoli. San Francesco incontrò il sultano Al-Kamil nel 1219 — senza esercito, senza armi, attraversando le linee della quinta crociata con il solo vangelo in mano — e da quell’incontro nacque la presenza francescana in Terra Santa che è sopravvissuta a tutto. A tutto, tranne forse a questo.

La risposta della rete è un appello che non lascia spazio alle ambiguità comode. «Il silenzio ora non sarebbe prudenza — dicono — sarebbe resa». E chiedono che la violazione venga «denunciata pubblicamente nella predicazione, nella preghiera, nell’insegnamento pastorale e nella testimonianza pubblica durante tutta la Settimana Santa». Chiedono che diocesi, conferenze episcopali, seminari, facoltà di teologia, movimenti cristiani si pronuncino «con chiarezza e coraggio».

È un appello alla profezia. Nel senso originale, biblico — dire la verità al potere, anche quando il potere non vuole sentirla. Amos che grida contro i mercanti che falsificano i pesi. Isaia che denuncia i capi che divorano il loro popolo. Geremia che piange sulla città distrutta e non smette di parlare anche quando lo gettano nel pozzo. La tradizione profetica dell’ebraismo — e il paradosso qui è bruciante, quasi insopportabile — è la tradizione di chi parla a nome dei poveri, degli oppressi, degli sfollati, di chi non ha voce davanti al potere.

Quella tradizione non appartiene a nessuno stato. Non appartiene a nessun governo. Non si eredita automaticamente con la fondazione di una nazione. Si sceglie ogni giorno, si esercita ogni giorno, si può perdere ogni giorno.

I Preti contro il genocidio stanno cercando di tenerla viva. Non per sé — non sono loro gli oppressi, non sono loro i cinquantamila morti, non sono loro i bambini malnutriti nei campi di Gaza. Ma perché qualcuno deve farlo. Perché il Vangelo che predicano ogni domenica contiene una parola che non si può neutralizzare con l’equilibrismo diplomatico: quella parola si chiama «povero», e il povero non è un concetto astratto, è una persona, ha una faccia, e in questo momento quella faccia parla arabo ed è sepolta sotto le macerie di un ospedale che non avrebbe dovuto essere bombardato.

Don Luigi Ciotti è nella rete. Padre Alex Zanotelli è nella rete. Don Albino Bizzotto, che ha digiunato per la pace più volte fino a rischiare la vita, è nella rete. Il cardinale di Rabat, un vescovo della Turchia, il vicario apostolico di Anatolia. Sono nomi che non si trovano nelle antecamere del potere. Sono nomi che si trovano nelle periferie, nei carceri, nelle missioni, nei luoghi dove la Chiesa è ancora — nonostante tutto, contro tutto — vicina a chi soffre.

Sono ventiduecento. In cinquantotto paesi. Nati dal basso, come dice don Rito, da chi «non vuole restare indifferente davanti ai massacri». Da chi ha deciso di metterci la faccia.

In un tempo in cui metterci la faccia costa, in cui il rischio dell’accusa di antisemitismo è reale e pesante e viene usato come arma impropria contro chiunque osi distinguere tra un popolo e il suo governo, in cui il silenzio è sempre la scelta più comoda e più protetta — in questo tempo, duemiladuecento sacerdoti hanno scelto di non tacere.

La Pasqua, quest’anno, ha avuto molti predicatori. Pochi hanno detto quello che c’era da dire con la chiarezza necessaria.

Loro sì.

E la storia, che ha sempre dalla sua parte il tempo, saprà distinguere chi ha parlato da chi ha taciuto, chi ha scelto la profezia da chi ha scelto la prudenza, chi si è messo la faccia da chi ha preferito voltarla dall’altra parte.

«Che questa Pasqua non ci trovi silenziosi, timidi o evasivi», concludono. «Che ci trovi fedeli».

È, in fondo, la domanda più antica. Quella che il sepolcro vuoto rivolge a chiunque ci si avvicini, da duemila anni, ogni mattina di Pasqua.

Sei fedele? O hai paura?

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Don Rito Maresca, sacerdote di Sorrento, ha detto una cosa semplice e devastante: «Abbiamo deciso di metterci la faccia». In un’epoca in cui le istituzioni si proteggono con il linguaggio delle sfumature, con le condanne bilaterali, con gli appelli all’equilibrio che equivalgono a non dire nulla, un gruppo di preti ha scelto di dire esattamente quello che pensa. Con nome e cognome. Con la veste talare esposta al vento della controversia. È un atto di coraggio che merita di essere chiamato con il suo nome.

L’invito alla sottoscrizione del documento

Invitiamo i confratelli presbiteri a unirsi a questo movimento sottoscrivendo il documento della rete. «È un gesto semplice – sottolineano i promotori – ma che può trasformarsi in un segno profetico, una voce collettiva della Chiesa e della società civile contro la logica della guerra e della violenza».

Per leggere e sottoscrivere il documento completo: 
https://forms.gle/YoemRXDcpr3VUb477