Esiste una gerarchia dell’attenzione, nell’era dell’informazione globale, che non viene mai dichiarata ma che governa tutto: quali morti contano abbastanza da interrompere un programma, quali crisi meritano il tasto del telegiornale, quali sofferenze sono abbastanza fotogeniche o abbastanza geopoliticamente rilevanti da esistere nell’immaginario collettivo. È una gerarchia crudele e silenziosa, e Gaza ne conosce il peso da quasi due anni e mezzo.

Ma quello che accade in questo momento è qualcosa di ulteriore e di più radicale. Non è solo che Gaza è scivolata verso il fondo della scaletta: è che sopra di essa si è abbattuta una guerra più grande, più urgente, più capace di catturare l’ansia collettiva — quella tra Stati Uniti, Israele e Iran — e la Striscia è scomparsa quasi del tutto dall’orizzonte. Nel frattempo, un padre e una figlia vengono uccisi da un drone israeliano in un sabato mattina di marzo a Khan Younis. Un’altra persona muore poco dopo, una bambina viene ferita. Non è notizia. È cronaca minore di un conflitto che il mondo ha già classificato come risolto — c’era un cessate il fuoco, in ottobre, no? — e quindi non degno di interruzioni pubblicitarie.

Il cessate il fuoco c’era. È ancora formalmente in vigore. E gli aerei israeliani continuano a bombardare, la marina continua a sparare verso la costa, le milizie affiliate all’esercito avanzano nei quartieri a est di Gaza City. Oltre seicento palestinesi sono stati uccisi dall’accordo di ottobre in poi. Settantaduemila dall’inizio. Centosettantamila feriti. Numeri che in qualsiasi altro contesto sarebbero al centro di ogni conversazione diplomatica, di ogni seduta di emergenza del Consiglio di Sicurezza, di ogni editoriale dei principali quotidiani del mondo. Qui invece galleggiano nei report delle organizzazioni umanitarie, regolarmente pubblicati e regolarmente ignorati.

Il valico di Rafah è di nuovo chiuso. Israele lo ha bloccato mentre conduceva le operazioni in Iran: la guerra principale ha assorbito non solo l’attenzione ma anche le infrastrutture logistiche del conflitto secondario. I malati che erano riusciti a uscire il mese scorso per ricevere cure mediche all’estero erano stati tra i primi a beneficiare di una riapertura parziale dopo mesi di blocco totale. Ora quella finestra si è richiusa. Migliaia di persone aspettano un permesso per curarsi. Il valico di Karem Abu Salem è parzialmente aperto, ma solo per gli aiuti umanitari e sotto restrizioni severe. Non abbastanza, non mai abbastanza — è la costante di questo conflitto da quando è cominciato.

In Cisgiordania, nel frattempo, la violenza segue il suo ritmo quotidiano e sistematico: un palestinese ferito da fuoco vivo vicino a un insediamento a nord di Hebron, tre aggrediti dai coloni nel Tubas, raid militari a Tulkarem, un uomo picchiato dai soldati vicino a Nablus. Non è violenza episodica. È la routine di un’occupazione che approfitta di ogni grande distrazione per consolidarsi, per avanzare, per rendere sempre meno reversibile ciò che già si sapeva irreversibile. Dal 2023 più di mille palestinesi sono stati uccisi in Cisgiordania da soldati e coloni. Anche questo è un numero che non interrompe i programmi.

C’è una domanda che val la pena porre senza aspettarsi risposta soddisfacente: quanto deve essere grande una catastrofe per rimanere visibile mentre accade qualcosa di ancora più grande accanto a essa? Gaza ha raggiunto da tempo qualunque soglia si voglia fissare — per numero di morti, per entità della distruzione, per proporzione della popolazione colpita, per durata del conflitto. Eppure eccola qui, scivolata sotto la piega di una guerra regionale che la ingloba senza assorbirla, che la oscura senza risolverla.

L’unico cessate il fuoco reale sarebbe quello che smette di richiedere attenzione per essere rispettato. Finché l’attenzione del mondo guarda altrove, Gaza viene lasciata a se stessa — con i suoi droni, le sue macerie, i suoi morti del sabato mattina che nessuno registra abbastanza in fretta da fermare il drone successivo.

Un padre e una figlia. I nomi non compaiono nei dispacci. Forse qualcuno li conosce, in un vicolo di Khan Younis. Il mondo no.