Si sono conclusi ad Abu Dhabi, dopo due giorni di colloqui, i negoziati trilaterali tra delegazioni di Ucraina, Russia e Stati Uniti. Senza un accordo politico sul cessate il fuoco, le parti hanno però raggiunto un’intesa concreta: un nuovo scambio di prigionieri di guerra, primo segnale tangibile di dialogo dopo mesi di stallo diplomatico.


I colloqui si sono chiusi giovedì 5 febbraio negli Emirati Arabi Uniti, che insieme a Washington hanno svolto un ruolo di mediazione. Kiev ha confermato la fine delle discussioni senza anticipare ulteriori dettagli sugli esiti politici, mentre Mosca ha parlato di “progressi”, accusando al contempo alcuni attori europei di tentare di ostacolare il processo.

Il risultato più rilevante emerso dai negoziati è stato l’accordo su uno scambio di prigionieri. Nella stessa giornata, Russia e Ucraina hanno proceduto a un primo scambio paritario di 157 prigionieri per parte, il primo dopo cinque mesi. A questo si aggiunge l’intesa, annunciata dall’inviato statunitense Steve Witkoff, per un ulteriore scambio che coinvolgerà complessivamente 314 detenuti, confermando il dossier umanitario come l’unico terreno di convergenza concreta tra le parti.

Secondo Washington, l’accordo dimostra che un coinvolgimento diplomatico costante può produrre risultati pratici anche in assenza di svolte politiche più ampie. Una valutazione condivisa solo in parte da Mosca, che pur riconoscendo passi avanti mantiene una linea prudente, sottolineando la fragilità del processo e la persistenza di forti resistenze internazionali.

Sul piano politico e militare, tuttavia, i colloqui non hanno segnato una svolta. Non è stato annunciato alcun accordo su tregue, cessate il fuoco o cornici negoziali strutturate. Le delegazioni hanno lavorato in formato trilaterale, con gruppi di lavoro e consultazioni parallele, ma le distanze restano ampie su tutti i nodi strategici del conflitto.

Abu Dhabi si conferma così un canale di dialogo utile soprattutto per la gestione delle conseguenze umanitarie della guerra, più che per una soluzione complessiva. In un conflitto che dura ormai da quasi quattro anni, lo scambio di prigionieri resta uno dei pochi ambiti in cui la diplomazia riesce ancora a incidere, offrendo segnali limitati ma concreti in un quadro complessivo ancora segnato dall’incertezza.