La geopolitica dei bulli per il petrolio e il Canale di Panama
C’è un modo per raccontare la caduta di Nicolás Maduro come una favola a lieto fine: il tiranno rimosso, il popolo liberato, la legalità internazionale ristabilita. Ed è il modo più comodo. Ma non è detto che sia il più vero.
Negli ultimi anni, mentre l’Occidente continuava a descrivere il Venezuela come uno Stato fallito senza appello, sul terreno alcune cose — lentamente, faticosamente — stavano cambiando. Non un miracolo, non una rinascita democratica compiuta, ma segnali che rompevano la narrazione dell’immobilismo assoluto: programmi abitativi che avevano sostituito interi cinturoni di baracche con case popolari, un minimo di stabilizzazione dopo l’iperinflazione, tentativi — goffi ma reali — di riallacciare rapporti economici e diplomatici. Per milioni di poveri, il chavismo restava meno un’ideologia che una rete di sopravvivenza.
Questo non assolve Maduro. Ma aiuta a capire perché una parte consistente del Paese non abbia mai letto la sua permanenza al potere solo come una dittatura da rovesciare a ogni costo. La storia latinoamericana insegna che il giudizio su un leader non passa solo dalle libertà formali, ma anche dal pane, dal tetto, dalla dignità minima. E su questo terreno, il Venezuela non era fermo come lo si è voluto raccontare.
La cattura di Maduro da parte degli Stati Uniti, dopo i bombardamenti alle basi militari, arriva allora come un atto che sa meno di liberazione e più di ripristino di un ordine geopolitico. Troppa fretta, troppa potenza, troppe coincidenze. Il petrolio venezuelano — il più grande giacimento accertato al mondo — non è un dettaglio, ma il cuore della questione. Come non lo è il controllo delle rotte strategiche, dal Mar dei Caraibi al passaggio di Panama, snodo vitale del commercio globale. L’America Latina come “giardino di casa”: un’espressione antica, mai davvero archiviata.
In questo quadro, anche la costruzione simbolica dell’alternativa democratica appare spesso più mediatica che politica. Premio Nobel all’oppositrice Maria Corina Machado, investiture morali confezionate nei salotti occidentali — compresa l’evocazione insistente di riconoscimenti globali per figure dell’opposizione venezuelana — sembrano talvolta rispondere più a una sceneggiatura che a un processo reale di riconciliazione nazionale. Non è la prima volta che accade: il copione del “leader buono” contrapposto al “cattivo assoluto” funziona bene per l’opinione pubblica, meno per la complessità dei Paesi reali.
Maduro, con tutti i suoi limiti, stava provando a sopravvivere a un accerchiamento durato anni: sanzioni, isolamento finanziario, minacce esplicite di cambio di regime. Che in un simile contesto il potere si sia irrigidito non sorprende; sorprende semmai la pretesa che la democrazia possa nascere sotto le bombe o essere importata su un aereo militare.
Un elzeviro non deve santificare nessuno. Ma può permettersi una domanda scomoda: se davvero l’obiettivo fosse stato il bene del popolo venezuelano, non sarebbe stato più coerente accompagnare un’evoluzione interna, invece di interromperla con la forza? Non si costruisce la giustizia sociale cancellando d’improvviso — e dall’esterno — un processo che, pur imperfetto, stava tentando di rispondere ai bisogni dei più poveri.
Forse Maduro non era la soluzione. Ma è lecito sospettare che neppure questa sia stata pensata per esserlo. Quando le grandi potenze parlano di libertà e sicurezza, conviene sempre guardare la mappa: sotto le parole, spesso, c’è il petrolio. E attorno, un giardino che qualcuno continua a considerare di sua proprietà.
