La vittoria del NO al referendum costituzionale è la voce che gli algoritmi non possono comprare
C’è un momento, nella storia di una democrazia, in cui il rumore di fondo si azzittisce e resta solo il silenzio pensante di chi ha deciso. Il 23 marzo 2026 è stato uno di quei momenti.
Il 59% degli italiani si è presentato alle urne per giudicare una riforma costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati — materia tecnica, ostica, che i profeti del disimpegno civico davano per condannata all’astensione di massa. Invece no. Invece la gente è andata a votare. E ha detto no.
Conviene fermarsi su questo dato prima ancora che sul risultato, perché contiene una verità che la politica fatica ad accettare: l’italiano medio — quello che ogni giorno viene radiografato, profilato, nutrito di contenuti cuciti su misura da piattaforme che conoscono i suoi umori meglio di lui — quell’italiano si è sottratto alla logica degli algoritmi. Ha spento il telefono, è uscito di casa, ha fatto la coda. Ha scelto. Non per riflesso condizionato, non per la spinta emotiva di un reels indignato, ma con quella lentezza meditata che è propria di chi ha valutato e concluso.
Si dirà: ma non è stato anche un voto di pancia, un voto contro? Certo che lo è stato, in parte. Carlo Calenda lo ha detto con franchezza: «L’Italia ha una tradizionale propensione a mobilitarsi contro». È vero. Ma ridurre tutto a questo sarebbe un insulto all’intelligenza di chi ha votato e, soprattutto, sarebbe sbagliato nei fatti. Perché il fronte del No ha costruito — come hanno riconosciuto persino gli analisti del centrodestra — campagne differenziate, capillari, rivolte a pubblici diversi con argomenti diversi. Costituzionalisti, magistrati, avvocati, insegnanti, studenti universitari: ognuno ha ricevuto non uno slogan ma una ragione. E le ragioni, quando vengono offerte con rispetto per l’interlocutore, attecchiscono.
La riforma era, come ha scritto qualcuno con lucidità, «un furbissimo inganno: pensato per umiliare, presentato per migliorare». Il cittadino comune, che non conosce a memoria l’articolo 111 della Costituzione né le arcane procedure del Csm, ha tuttavia percepito l’essenziale: che quella riforma non nasceva da un bisogno autentico di giustizia più rapida ed equa, ma da una volontà di riequilibrio politico del potere giudiziario in favore dell’esecutivo. L’iter parlamentare frettoloso, la sovrapposizione governativa sul dibattito, la corsa alla scadenza referendaria come se si trattasse di sbrigare una pratica — tutto questo ha parlato più di mille comizi.
E poi c’era il contesto. Un governo al 32% di gradimento, uno scandalo dietro l’altro, un sottosegretario imbarazzante ancora al suo posto, una vicinanza a Trump che nel frattempo era diventata, per usare le parole di un analista, «la malattia autoimmune della destra europea». Gli italiani non sono sprovveduti: sanno leggere il quadro. E il quadro diceva che questa riforma non era figlia di una stagione riformatrice serena e condivisa, ma di una stagione di conquista del campo.
Giorgia Meloni ha affidato la sua risposta a un video social — il mezzo, si noti, degli algoritmi che avrebbe dovuto governare l’opinione — e ha detto che rispetta la decisione degli italiani, che resta il rammarico per «un’occasione persa di modernizzare l’Italia», che andrà avanti. Nordio ha dichiarato di non voler «attribuire a questo voto un significato politico». Affermazione che, a risultato acquisito, suona come un atto di fede contro ogni evidenza: quando 27 milioni di persone si alzano e votano, lo fanno sempre — sempre — con un significato politico.
La minimizzazione è comprensibile. È il primo riflesso di chi perde e non vuole uscire di scena. Ma è anche, paradossalmente, l’ennesima prova di quella distanza dal Paese reale che ha alimentato la sconfitta. Perché gli italiani che si sono recati alle urne non erano — come qualcuno nel centrodestra sembrava pensare — una massa manipolata dalla magistratura in cerca di immunità corporativa. Erano insegnanti e pensionati, giovani al loro primo voto, elettori di centrodestra che hanno scelto diversamente dal loro partito. Erano, in una parola, cittadini.
E i cittadini, quando si sentono rispettati, rispondono. Quando capiscono che la posta è alta, corrono. Quando percepiscono che dietro una riforma tecnica si nasconde una scelta di potere, la fermano.
Non è conservatorismo. Non è populismo al contrario. È democrazia. Quella vecchia, lenta, scomoda, meravigliosa democrazia che nessun algoritmo, per quanto sofisticato, riuscirà mai a sostituire del tutto — finché gli italiani continueranno a uscire di casa e fare la coda.
