È un processo raro e delicato quello che si sta svolgendo a Privas, in Ardèche, dal 19 al 23 gennaio: sul banco degli imputati non c’è solo una persona, il padre Bernard – al secolo Gérard Pinède – ma un intero modello di vita comunitaria. Il superiore della Famiglia missionaria di Notre-Dame (FMND) è chiamato a rispondere del reato di abus de faiblesse, abuso di debolezza, per presunte pratiche di controllo psicologico e spirituale esercitate su ex membri della comunità.
Mercoledì 21 gennaio, in aula, erano presenti due delle presunte vittime. Tra queste, “Camille” (nome di fantasia), 45 anni, ex sorella Maïn, la cui testimonianza ha posto con forza una questione centrale: come riconoscere l’emprise – l’assoggettamento psicologico – quando essa non assume forme eclatanti, ma si costruisce per accumulo, nel tempo, all’interno di un contesto religioso?
Accuse respinte: «State contestando la vita religiosa»
Camille non ha denunciato spontaneamente la comunità, ma ha sporto denuncia su sollecitazione della polizia. Il suo racconto, tuttavia, è dettagliato e coerente: infantilizzazione sistematica, culto della figura del fondatore e dei superiori, carichi di lavoro eccessivi, isolamento relazionale, pratiche intrusive nella vita personale e spirituale, difficoltà di accesso alle cure e all’igiene, uso frequente della paura del demonio come strumento di controllo morale.
La difesa respinge ogni accusa. «Tutto ciò che contestate è semplicemente la vita religiosa», ha affermato con forza l’avvocato Jérôme Triomphe, sostenendo che i comportamenti descritti rientrerebbero nella disciplina monastica e nel voto di obbedienza.
Ma è proprio qui che si gioca il cuore del processo.
Non i singoli fatti, ma il “sistema”
Presi singolarmente, molti episodi narrati da Camille – il controllo degli oggetti personali, le restrizioni nei rapporti affettivi, le esortazioni spirituali severe – potrebbero apparire ambigui, difficili da qualificare penalmente. È la loro somma, il “faisceau d’indices”, come lo definisce il diritto francese, a configurare una possibile deriva.
«Ho capito solo quando la mia libertà è stata toccata», ha detto Camille davanti alla Corte. Un punto di svolta che, secondo l’accusa, segnerebbe il passaggio da una vita comunitaria esigente a una dinamica di dominio.
Due momenti risultano particolarmente significativi nel suo racconto: l’ingresso nella comunità e l’espulsione improvvisa, avvenuta tre anni dopo.
Vocazione riconosciuta o destabilizzazione?
Nel 2017 Camille, dopo sette anni trascorsi tra le dominicane di Paray-le-Monial, incontra il padre Bernard. Il colloquio è breve. «Allora, quando è che entra nella comunità?», le dice. Una frase che la colpisce profondamente: da un lato, il riconoscimento di una vocazione; dall’altro, un’impressione di intrusione e di pressione indebita.
Una parola maldestra o un primo gesto di destabilizzazione? Il padre Bernard ha negato ogni strategia: «Non ho mai seguito corsi sulle tecniche di emprise», ha dichiarato in aula.
L’espulsione e il silenzio imposto
Tre anni dopo, mentre si prepara ai voti temporanei, Camille viene allontanata senza spiegazioni. Le motivazioni restano opache, coperte da formule rituali: «Il padre Bernard e la madre superiora hanno delle luci». Le viene chiesto di continuare a comportarsi come se nulla fosse e di non parlare con nessuno del suo imminente addio.
L’ultima confessione con un religioso della comunità segna una rottura definitiva: «Ho sentito che voleva intrappolarmi», ha raccontato. I genitori verranno a prenderla senza che possa salutare le consorelle. Un dettaglio che per lei pesa ancora di più se confrontato con l’uscita, accompagnata e trasparente, vissuta anni prima presso le dominicane.
Vita consacrata o sua strumentalizzazione?
Il processo solleva una questione di fondo che va oltre il caso specifico: è la vita religiosa a essere messa sotto accusa, o la sua possibile strumentalizzazione? Secondo la procura, non si tratta di giudicare i voti, l’ascesi o l’obbedienza, ma di verificare se questi elementi siano stati piegati a un controllo abusivo delle coscienze.
Come ha scritto Dom Dysmas de Lassus, priore della Grande Chartreuse, «le frontiere tra una vita comunitaria normale e una situazione di deriva non sono nette». Spesso, dall’esterno, «non si vede nulla di gravissimo». Ed è proprio questa zona grigia che rende il discernimento – umano, ecclesiale e ora anche giudiziario – così complesso.
Nel 2014, la Conferenza episcopale francese aveva elaborato una griglia per individuare le derive settarie nelle istituzioni ecclesiali. La difesa sostiene che i testimoni avrebbero modellato i loro racconti su quei criteri. L’accusa, al contrario, ritiene che quei criteri aiutino a leggere ciò che altrimenti resterebbe invisibile.
Sarà ora compito del tribunale stabilire se, nella Famiglia missionaria di Notre-Dame, si sia oltrepassata la soglia tra autorità spirituale e abuso, tra obbedienza liberamente scelta e sottomissione indotta. Una linea sottile, ma decisiva, per la credibilità stessa della vita consacrata nel contesto contemporaneo.
