C’è un punto in cui la cronaca giudiziaria smette di essere solo cronaca nera e diventa una domanda politica. Il caso Jeffrey Epstein sta lì, esattamente su quel crinale. Il 30 gennaio 2026 il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha reso pubblica un’enorme nuova tranche di materiali — 3,5 milioni di pagine “responsive”, oltre a migliaia di video e centinaia di migliaia di immagini — per adempiere a quanto richiesto dall’Epstein Files Transparency Act. Non è stata la “rivelazione finale” che i social promettono a cadenza regolare. È stato, piuttosto, l’ennesimo scossone: un’accelerazione della domanda che non si lascia chiudere da una sentenza o da un titolo. Epstein era solo un predatore con un giro di complicità mondane, o un ingranaggio utile — magari per più tavoli — a logiche di intelligence e di ricatto?
La pista più incendiaria resta quella del Mossad. È anche la più “perfetta” come narrazione: sesso, segreti, potenti, registrazioni possibili; dunque ricatto; dunque servizi; dunque Israele. Ma l’inchiesta, se vuole restare tale, deve partire da una frase impopolare: l’idea di un Epstein “certamente” asset del Mossad non trova, nei materiali pubblici disponibili, una prova conclusiva. Questo non equivale a dichiarare la pista falsa; significa collocarla dove deve stare: nel campo delle ipotesi, degli indizi, delle compatibilità logiche — e delle strumentalizzazioni. Anche perché una scorciatoia identitaria (pro-Israele = servizi) non è solo un errore giornalistico: è un corto circuito morale che scambia orientamenti politici, appartenenze comunitarie e apparati operativi.
Se si sposta la domanda dal “di chi era?” al “a cosa serviva?”, il quadro diventa più moderno e, paradossalmente, più credibile. Epstein come proxy, come broker: uno che non appartiene a nessuno e può essere utile a molti. Il suo capitale non è solo il denaro: è l’accesso. E l’accesso, quando è ottenuto attraverso la vulnerabilità altrui, diventa moneta geopolitica. Non stupisce che nei file riemergano piste multiple — anche russe, anche mediorientali — e che l’interpretazione oscillante alimenti un mercato di “spiegazioni totali”. L’essenziale, però, è un’altra verità: un sistema fondato su sesso, segretezza e potere genera ricattabilità, e la ricattabilità può essere sfruttata da più attori senza bisogno di un unico mandante.
A nutrire la lettura “intelligence-centrica” contribuisce l’ombra lunga della famiglia Maxwell. Ghislaine Maxwell non è un dettaglio biografico: è l’anello umano che ha reso operativo un metodo. Condannata per il suo ruolo nel traffico sessuale di minorenni legato a Epstein, è diventata anche la “custode” di un sapere che l’opinione pubblica immagina sterminato. È qui che nasce il sospetto — ricorrente, quasi inevitabile — di un trattamento carcerario “mitigato” o di un circuito di protezione. Un sospetto che si alimenta di percezioni e polemiche, più che di prove definitive: ma proprio perché non dimostrabile con facilità, diventa magnete narrativo e carburante politico.
Poi c’è l’isola, il luogo che da solo ha creato un genere: l’Epstein-story come romanzo nero globale. La vulgata parla di “tre livelli”: escort; poi minorenni; poi torture e presunte uccisioni. Qui occorre fermezza: il livello che regge la storia è quello dell’abuso e del reclutamento di minorenni — ed è già abbastanza per parlare di sistema criminale. Il resto, nella sfera delle torture e degli omicidi, è spesso materia di racconto social: può circolare, può essere evocato come ipotesi o come rumor, ma senza riscontri investigativi pubblici solidi non può essere trattato come fatto. È un punto decisivo, perché il mito dell’orrore assoluto, paradossalmente, fa un favore ai responsabili reali: confonde, diluisce, sposta l’attenzione dalla catena concreta delle complicità.
Il nodo più velenoso, quello che impedisce alla storia di chiudersi, resta la morte in carcere. Ufficialmente, suicidio. Ma la vera miccia è che lo Stato ha lasciato una scia di fallimenti. Il rapporto dell’Inspector General del Dipartimento di Giustizia (2023) parla di “numerosi e seri fallimenti” nella custodia, nelle procedure, nella sorveglianza al Metropolitan Correctional Center, con violazioni e documentazioni false. Una morte così, in un caso così, non è solo un evento: è una rottura della fiducia. Ed è nella frattura della fiducia che prosperano le teorie, anche le più fantasiose.
Se l’America ha la ferita istituzionale, l’Europa ha l’imbarazzo politico. Londra è il caso di scuola: non perché manchino i nomi, ma perché la vicenda tocca la reputazione del potere come una lama. Il capitolo principe Andrew si è riacceso con nuove email che sembrano confermare la cornice della foto diventata simbolo, mentre continuano a emergere dettagli su contatti e relazioni protratte nel tempo, alimentando la pressione politica perché l’ex principe testi davanti a un comitato del Congresso USA.
E poi c’è il caso che, in queste settimane, ha fatto saltare nervi e protocolli a Downing Street: Peter Mandelson, ambasciatore britannico negli Stati Uniti, la cui nomina (dicembre 2024) è diventata esplosiva dopo i file e le accuse di omissioni e menzogne, fino alle scuse pubbliche del premier alle vittime e allo scontro istituzionale sul rilascio dei documenti di vetting. Un dettaglio, però, merita di essere trattenuto: alcune ricostruzioni collocano Mandelson anche in incontri a Parigi con Epstein, e in manovre per favorire un visto russo tramite un oligarca: non perché Parigi sia il “luogo del ruolo diplomatico”, ma perché Parigi è un crocevia simbolico della rete internazionale di Epstein.
Nel frattempo, un altro Paese europeo — meno abituato a questi scandali globali — si è ritrovato in prima pagina: la Norvegia. Le nuove carte hanno prodotto un effetto rarissimo: l’apertura di un’indagine per aggravated corruption su Thorbjørn Jagland, ex primo ministro e figura di vertice anche in ambito internazionale, con richieste formali legate all’immunità; e hanno riacceso il caso della principessa Mette-Marit, criticata dal primo ministro per “poor judgment” nei contatti con Epstein dopo la sua condanna. Qui il punto non è il gossip monarchico: è la domanda su come Epstein riuscisse a rientrare, dopo il 2008, nel circuito della legittimazione sociale europea.
Il filo più concreto, quello che somiglia davvero a una pista investigativa e non a una guerra di insinuazioni, viene dai Baltici. La Lettonia ha aperto un’indagine per possibile tratta di esseri umani in seguito ai riferimenti emersi nei documenti — con menzioni di agenzie di modelle e dettagli personali e di viaggio — e anche la Lituania ha avviato verifiche analoghe. È il passaggio che conta: dal “si dice” agli atti, dalla mitologia al fascicolo.
Resta, inevitabile, la costellazione dei “nomi altisonanti”: Clinton, Trump, Musk, Chomsky — e altri. Qui la tentazione è doppia: o dichiarare colpe senza processo, o assolvere tutto come mondanità. La linea dell’inchiesta è più severa: la presenza in documenti, agende, email o registri di volo non equivale a reato, ma racconta un fatto politico decisivo — Epstein era un hub di relazioni, un acceleratore di accesso. Reuters ha sintetizzato proprio questo: i file mostrano legami e contatti con figure di politica, finanza, accademia e business, anche dopo il 2008. Su Musk e Chomsky, per esempio, la stampa sta lavorando soprattutto su una cosa: la normalità inquietante del rapporto, la facilità con cui Epstein cercava (e otteneva) legittimazione anche nei salotti dell’intelligenza pubblica.
E Bill Gates? Qui bisogna essere spietatamente corretti. Le accuse specifiche che circolano — incluse quelle su una presunta malattia sessualmente trasmissibile e su antibiotici da somministrare di nascosto alla moglie — emergono da bozze di email attribuite a Epstein. Gates, tramite dichiarazioni riportate dalla stampa, nega quelle accuse definendole false e assurde. Questo è ciò che si può scrivere con pulizia: esistenza del documento, contenuto rivendicato, smentita. Il resto, se non sostenuto da prove indipendenti, è fango.
Alla fine, la domanda “Mossad sì o no?” rischia di essere una scorciatoia. Perché anche se Epstein fosse stato — ipotesi — un asset, o un proxy, rimarrebbe la verità più dura: la sua rete mostra quanto il potere contemporaneo possa diventare moralmente vulnerabile e dunque ricattabile. E quando persone che influenzano mercati, scelte politiche, piattaforme tecnologiche e flussi finanziari si muovono in una zona grigia dove segreto e abuso diventano moneta, non siamo davanti a “vite private” da curiosare: siamo davanti a un problema di bene comune.
Il caso Epstein, nel suo nocciolo, non chiede un romanzo. Chiede un criterio. Non chiede una teoria unica. Chiede una vigilanza: sulla trasparenza delle istituzioni, sulla responsabilità delle élite, e su quella sottile linea che separa il potere come servizio dal potere come dominio. Dove la ricattabilità diventa sistema, la politica smette di proteggere i deboli. E il giornalismo, se vuole meritare il suo nome, deve spegnere il rumore e seguire l’unica cosa che resta: i fatti, i flussi, le responsabilità.
