Il governo promette tolleranza zero. Il bersaglio sono i maranza, le baby gang, i ragazzi — sempre più giovani — che girano armati di coltelli, spranghe, oggetti “atti ad offendere”. Il primo obiettivo è chiaro: disarmare. Togliere le armi dalle tasche di adolescenti che troppo spesso scambiano la violenza per linguaggio identitario e l’impunità per diritto acquisito.
Il nuovo provvedimento allo studio, che rafforza il decreto Caivano del 2023, punta a colmare ciò che Palazzo Chigi considera un vuoto evidente: la percezione diffusa che “tanto non succede nulla”. E allora via libera a aggravanti, a zone sensibili (scuole, stazioni, centri commerciali, movida), a poteri rafforzati dei prefetti, fino a sanzioni accessorie pesanti: ritiro o divieto di conseguire patente e passaporto, permesso di soggiorno, ammonimenti anticipati.
La novità più discussa, però, è un’altra: le multe ai genitori. Se il reato è commesso da un minore, a pagare — almeno in parte — sarà anche “il soggetto tenuto alla sorveglianza”. È qui che il piano anti-violenza tocca un nervo scoperto: quello della responsabilità educativa.
I fatti, purtroppo, parlano da soli. Rapine mentre si va a scuola. Risse di gruppo nelle piazze simbolo delle città. Accoltellamenti davanti alle università. Aggressioni mortali che segnano per sempre quartieri e famiglie. Da Milano a Roma, da Perugia a Palermo, la cronaca recente è una lunga scia di sangue giovane. E il dato inquietante è che le armi circolano sempre di più, anche tra minorenni.
La risposta securitaria, da sola, non basta. Lo sanno anche al governo, che infatti parla di “implementazione”, non di riscrittura totale. Ma il rischio è evidente: spostare il problema dal disagio alla repressione, dalla povertà educativa alla sola sanzione. Punire i genitori può essere giusto quando c’è omissione grave, indifferenza, complicità. Ma non può diventare l’alibi per non investire seriamente in scuola, territori, oratori, sport, presìdi sociali.
C’è poi un altro punto delicato: il linguaggio. “Maranza” è ormai una categoria mediatica che semplifica e appiattisce. Dentro ci finiscono storie diverse, contesti familiari fragili, seconde generazioni senza radici solide, periferie abbandonate e famiglie sole. Il rischio è trasformare l’emergenza educativa in un’etichetta penale.
Eppure una verità va detta senza infingimenti: non esiste diritto senza dovere. Non esiste tutela dei minori senza adulti credibili. Non esiste integrazione senza regole chiare. Se un ragazzo gira armato, qualcuno ha fallito prima: la famiglia, la scuola, la comunità, lo Stato. Ma se nessuno risponde mai, il fallimento diventa sistema.
Il piano del governo intercetta una domanda reale di sicurezza, soprattutto nei quartieri popolari e tra i più fragili, che spesso sono le prime vittime della violenza giovanile. Ma la sfida vera è un’altra: ricostruire l’alleanza educativa. Perché disarmare i ragazzi è necessario. Ma ancora più urgente è disarmare il vuoto, la solitudine, l’assenza di senso che trasforma un coltello in identità.
La legge può fermare una mano.
Solo l’educazione può cambiare un cuore.
