Stato di emergenza a Cuba strangolata dalle sanzioni e dal blocco dei rifornimenti voluti dagli USA
C’è un momento, nella vita delle nazioni, in cui la crisi smette di essere una parentesi e diventa un lessico. A Cuba quel lessico ha un nome antico e terribile, riesumato dal “Periodo Especial”: opción cero. Non è uno slogan, è un manuale di sopravvivenza. Vuol dire restringere la vita fino all’osso, amministrare il minimo, scegliere cosa resta acceso e cosa si spegne. E soprattutto: dire a un Paese intero che la normalità, per un tempo indeterminato, sarà l’eccezione.
Negli ultimi giorni l’isola è entrata in una fase che ricorda la liturgia cupa delle emergenze strutturali: tagli drastici ai trasporti, riduzione di attività economiche e servizi, razionamento più rigido del carburante, contrazione della settimana lavorativa e scolastica. In controluce, una scelta che ha anche il sapore della confessione politica: l’energia è diventata il punto di rottura, e il governo lo ammette pubblicamente chiamando la popolazione a sacrifici “non permanenti” ma profondi.
La narrazione ufficiale è lineare: la “persecuzione energetica” e l’inasprimento delle misure statunitensi hanno strangolato un sistema già fragile, rendendo intermittente il trasporto pubblico, complicando la vita delle scuole, mettendo sotto pressione ospedali e servizi essenziali, e aggravando i blackout. Non è solo propaganda: quando mancano carburante e valuta, la realtà si semplifica con brutalità. I generatori diventano politica, i bus diventano termometri sociali, l’università riduce la presenza perché la città non “circola” più.
Ma sarebbe comodo — per tutti — raccontarla come una storia a un solo colpevole. L’embargo e le pressioni di Washington sono un fatto; e il governo cubano, oggi, arriva perfino a lasciar filtrare l’ipotesi di un dialogo con gli Stati Uniti, un gesto che dice quanto l’abisso sia vicino e quanto si cerchi aria, anche minima, per respirare. E tuttavia c’è anche un altro dato che pesa come una pietra: il crollo o l’appannamento delle entrate che per anni hanno retto l’isola (turismo, rimesse, servizi), e la fatica di un’economia che vive di importazioni, dove ogni restrizione esterna diventa immediatamente restrizione interna.
In questo scenario l’“opzione zero” non è soltanto una risposta tecnica: è un modo di governare l’attesa. Si risparmia carburante per difendere ciò che produce e ciò che esporta; si preserva ciò che porta valuta; si stringe dove fa meno rumore o dove il rumore può essere assorbito dalla rassegnazione. Ma la rassegnazione, quando dura, diventa corrosione: spegne fiducia, consuma futuro, alimenta la tentazione dell’esodo. Non a caso, nelle cronache che arrivano dall’Avana e dalle province ritorna un sentimento che non è ideologico ma fisico: la percezione di una vita “paralizzata”, scandita da ore di buio e da code, con prezzi che si impennano nel mercato informale e una quotidianità che si arrangia come può.
E c’è poi il punto che, in ogni crisi cubana, è sempre il più delicato: la tenuta morale della società. Perché l’emergenza è anche un laboratorio di diseguaglianze. Quando parte della benzina si compra solo in valuta forte e i limiti si irrigidiscono, la frattura non è più soltanto tra governo e opposizione, ma tra chi può e chi non può. È qui che l’“opzione zero” smette di essere “contingenza” e diventa domanda politica: chi paga per primo? chi resta indietro? chi viene salvato “perché strategico” e chi viene rinviato “perché marginale”?
Forse la parola più sincera, oggi, è quella che Cuba pronuncia con riluttanza: non riceviamo combustibile da mesi. In quella frase c’è tutto: la dipendenza energetica, l’asimmetria geopolitica, la fragilità di un modello economico sotto sanzioni, e la difficoltà — interna — di generare alternative rapide. Il resto è amministrazione della scarsità.
E tuttavia, proprio perché la politica internazionale tende a trasformare Cuba in simbolo (per alcuni del “male”, per altri della “resistenza”), vale la pena ricordare che sull’isola la crisi non è astratta. Ha la forma di un autobus che non passa, di un reparto che riduce attività, di una scuola che accorcia la settimana, di una città che vive a intermittenza. Il dramma della “opzione zero” è che non annuncia soltanto misure: annuncia un tempo. E quando un Paese comincia a misurare il tempo non in progetti, ma in razionamenti, la vera domanda non è più “quanto durerà”, ma “quale società resterà, quando finirà”.
