Cuba rimane legata alla Russia che agli USA piaccia o no
C’è un’isola nel Caribe che da sessantacinque anni si rifiuta di comportarsi come Washington vorrebbe. Non è grande — undici milioni di abitanti, un’economia strangolata da decenni di embargo, scaffali vuoti, razionamenti, blackout. Eppure è lì, testarda e viva, a novanta miglia dalla Florida, come uno spuntone di roccia che l’oceano non riesce a sommergere.
Cuba non è un paese normale. È una delle ultime esperienze politiche del Novecento ancora in piedi, un’anomalia storica che il tempo non ha dissolto e che i suoi nemici non sono riusciti a spezzare. Si può discutere all’infinito sulle libertà che mancano, sui dissidenti in carcere, sulla rigidità di un sistema che non si apre. Ma prima di emettere sentenze bisognerebbe avere l’onestà di chiedersi: cosa ha fatto l’Occidente — cosa ha fatto Washington — per meritarsi il diritto di giudicare? Sessantacinque anni di embargo. Tentativi di assassinare Fidel Castro che i documenti declassificati contano a decine. La Baia dei Porci. Operazioni di destabilizzazione sistematica. E ora, con Maduro caduto in Venezuela e il Canale di Panama tornato nell’orbita americana, il cerchio si stringe di nuovo. Trump vuole “pulire” l’emisfero occidentale dalle influenze ostili entro la fine degli anni Venti. Cuba è una delle ultime erbacce da tagliare.
In questo contesto, la partnership cubano-russa — che molti in Occidente leggono come vassallaggio o come residuo della Guerra Fredda — ha una logica di sopravvivenza che meriterebbe almeno di essere capita prima di essere condannata. Mosca ha cancellato il novanta per cento del debito cubano nel 2014. Durante la pandemia ha inviato duecentocinquanta tonnellate di cibo e attrezzature mediche. Ha garantito carburante quando l’isola era nel buio. Non lo ha fatto per generosità astratta — la geopolitica non funziona così — ma lo ha fatto, e Cuba ne ha beneficiato in modo concreto, tangibile, mentre il blocco americano stringeva.
Si dirà: ma i combattenti cubani in Ucraina, ma la stazione di intelligence di Lourdes, ma gli accordi sul nichel e il cobalto. Tutto vero. Cuba non è uno Stato neutrale e non ha mai preteso di esserlo. Ma una nazione sotto assedio permanente, che da decenni deve scegliere tra capitolare o cercare alleati dove li trova, non può essere giudicata con gli stessi parametri di chi non ha mai dovuto scegliere. La morale internazionale è sempre stata il lusso dei potenti.
Marco Rubio vuole Cuba. Lo ha detto apertamente, con quella franchezza che a volte il potere si concede quando è abbastanza sicuro di sé. Vuole Cuba perché è cubano-americano e perché sogna una candidatura presidenziale che passi attraverso la definitiva liquidazione del castrismo. Trump la vuole perché vuole il cortile di casa libero da fastidi — la “Dottrina Donroe”, come la chiamano con ironia i suoi critici, è Monroe con il marchio personale del presidente. Novanta miglia dalla Florida sono troppe per l’ego di chi si è ripreso Panama e ha deposto Maduro.
Ma Cuba ha già visto questa sceneggiatura. L’ha vista con Kennedy, con Nixon, con Reagan, con entrambi i Bush. Ogni volta qualcuno a Washington ha annunciato che era arrivato il momento finale, che il regime non avrebbe retto, che la pressione era insostenibile. Ogni volta l’isola è ancora lì.
Non perché il sistema cubano sia perfetto — non lo è, e i cubani che soffrono la penuria quotidiana lo sanno meglio di qualsiasi analista di Washington. Ma perché c’è una differenza tra un paese in difficoltà e un paese sconfitto, e Cuba, con tutta la sua miseria e la sua ostinazione, non ha ancora attraversato quella frontiera. Le petroliere russe che zigzagano nell’Atlantico spegnendo i transponder per sfuggire alla marina americana e scaricare carburante all’Avana sono un’immagine quasi romanzesca di questa resistenza: piccoli gesti di sfida contro una potenza che controlla gli oceani e non riesce comunque a chiudere i rubinetti.
C’è qualcosa che l’Occidente fatica a capire di Cuba, forse perché lo scomoderebbe troppo: che la dignità nazionale non è un lusso che si può concedere solo ai ricchi. Che un popolo può scegliere di stare dalla parte sbagliata della prosperità pur di non stare dalla parte giusta della subordinazione. Che l’embargo non è una misura umanitaria per liberare i cubani dal loro governo — è uno strumento di pressione per piegare un paese alla volontà di un altro paese, e che questo, chiamato con il suo nome, si chiama dominio.
Pizzaballa pregava dal Monte degli Ulivi guardando una città che non poteva raggiungere. Leone XIV diceva in piazza San Pietro che Dio non ascolta le mani che grondano sangue. In quegli stessi giorni una petroliera russa scaricava carburante all’Avana dopo aver ingannato la Marina più potente del mondo.
Non c’è nessuna gloria militare in questo. C’è solo la cocciutaggine di un’isola che non ha mai accettato che la vicinanza alla Florida la condannasse a essere una dipendenza americana. E una certa, ostinata, irriducibile voglia di esistere alle proprie condizioni.
In un mondo in cui tutti cedono prima o poi, questo merita almeno rispetto.
