C’erano ragazzi che volevano solo festeggiare. Ridere, ballare, sentirsi vivi in quella stagione in cui la vita sembra invincibile. C’erano genitori che li avevano salutati con la fiducia normale di chi affida i figli a una notte di festa, magari con un po’ di apprensione, sì, ma senza poter immaginare l’abisso. A Crans-Montana, invece, la notte di gioia si è trasformata in una ferita che non si rimargina, e le lacrime dei padri e delle madri oggi interrogano tutti, credenti e non.

Si può parlare di imprudenza, di incoscienza giovanile. È vero: a volte i ragazzi sfidano il limite, sottovalutano il pericolo, confondono libertà e rischio. Ma nessuna imprudenza giustifica la morte. Nessuna leggerezza può spiegare un locale inadeguato sul piano della sicurezza, né può assolvere chi, per profitto, accetta di giocare con la pelle degli altri. Le responsabilità dovranno essere accertate fino in fondo, senza sconti né ipocrisie. Anche perché – secondo quanto riportato – sul gestore gravano precedenti pesanti, storie di illegalità che aprono una domanda bruciante: può davvero riaprire un luogo così, come se nulla fosse?

Qui non siamo davanti a una fatalità cieca. Qui c’è un problema che riguarda un certo modo di intendere il divertimento, il denaro, il successo. Soldi facili, notti senza regole, locali trasformati in zone franche dove tutto è permesso purché renda. E, sullo sfondo, il sospetto – più volte evocato – di ambienti segnati da droga, sfruttamento, illegalità. Quando questo accade, le vittime non sono solo i ragazzi morti: sono le famiglie spezzate, i fratelli e le sorelle che porteranno per sempre una sedia vuota, una voce che manca, una domanda senza risposta.

Colpisce che tutto questo accada nella Svizzera “perfettina”, ordinata, precisa, spesso additata come modello. Crans-Montana ci ricorda che nessun Paese è immune, che dietro le facciate efficienti possono nascondersi falle profonde, controlli insufficienti, complicità silenziose. La sicurezza non è un optional burocratico: è un dovere morale. E quando viene sacrificata sull’altare del profitto, il prezzo lo pagano sempre i più giovani.

Da credenti, però, non possiamo fermarci allo scandalo o all’indignazione. Le lacrime chiedono giustizia, ma chiedono anche senso. La fede non cancella il dolore, non lo spiega con frasi facili. Lo attraversa. E lo affida a un Dio che ha conosciuto nell’umanità del Figlio,  la morte da giovane, strappato alla vita in modo ingiusto. È da lì che nasce la speranza cristiana: non dalla rimozione del male, ma dalla promessa che il male non ha l’ultima parola.

La speranza del Risorto non è un anestetico. È una responsabilità. Dice che queste morti gridano conversione: alle istituzioni, perché vigilino davvero; agli imprenditori del divertimento, perché capiscano che non tutto è lecito; agli adulti, perché non smettano di educare; a tutti noi, perché non ci abituiamo a contare i morti come statistiche.

Per quei ragazzi, per i loro genitori, per una comunità ferita, resta una preghiera semplice e ostinata: che da questa tragedia nasca un “mai più” vero. Non uno slogan. Un cambiamento reale. Perché nessuna notte di festa diventi ancora una notte di lutto. E perché, anche dentro il buio più fitto, continui a farsi strada – fragile ma testarda – la luce di una vita che non finisce nel nulla.