L’efficienza svizzera messa alla gogna. Sindaco garantista per se stesso. Lacrime di coccodrillo dei gestori
Non è una fatalità “alpina” né un destino cinico: è una catena di scelte, omissioni e permissività. A Crans-Montana, dove la notte di Capodanno l’incendio al bar Le Constellation ha lasciato 40 morti e 116 feriti, il Comune ha ammesso che tra il 2020 e il 2025 non ci sono stati controlli periodici sull’esercizio. E mentre le autorità provano a rifugiarsi nelle “dimensioni” e nelle pieghe delle norme, la domanda è una sola: se un locale è piccolo, allora non ci fai entrare il mondo.
Il mito svizzero e la resa del controllo
Crans-Montana è una cartolina dell’Europa ordinata: turismo, benessere, efficienza. Proprio per questo la tragedia è uno schiaffo politico, prima ancora che amministrativo. Perché l’idea che “qui funziona tutto” si regge su un patto implicito: tu cittadino ti fidi, e lo Stato — a ogni livello — vigila. Ma quando quel patto salta, la fiducia non è più virtù civile: diventa ingenuità sociale pagata a caro prezzo.
Durante la conferenza stampa del 6 gennaio, il presidente della comune Nicolas Féraud ha riconosciuto “un manquement” ai controlli periodici del locale per il quinquennio 2020-2025, scoperto esaminando i documenti trasmessi al Ministero pubblico vallesano. “Il Consiglio comunale lo rimpiange amaramente”, ha detto.
Non è la burocrazia che uccide: è l’assenza di responsabilità
Qui non c’è una storia di “troppa burocrazia”. È il contrario: è la storia di un controllo che non arriva, di un sistema che delega e poi si scopre senza memoria, senza tracciabilità, senza presidio. E quando il presidio manca, restano le scappatoie: la norma che non impone, il controllo che “non prevedeva”, la competenza che “non era nostra”.
Il punto non è solo se un allarme fosse “necessario” secondo la taglia dell’esercizio; è la logica che trapela quando si dice: “penso che non ci fosse un allarme”, “un solo estintore era sufficiente”, e si aggiunge — per bocca del consigliere comunale Patrick Clivaz — che “un sistema di allarme antincendio non è necessario per questo tipo di esercizio” perché dipende dalle dimensioni. Anche ammesso che la regola lo consenta, resta il fatto politico: se la sicurezza è proporzionale ai metri quadri, allora lo deve essere anche la capienza, la gestione degli accessi, la cultura dell’esercizio.
La capienza non è un dettaglio: è la prima barriera contro la strage
Su TF1 si legge che, secondo Féraud, l’esercizio poteva accogliere 200 persone, mentre il locale avrebbe indicato online una capienza molto più alta; non è ancora chiaro quante persone fossero presenti la notte di Capodanno. Ma il nodo politico è già qui: la capienza non è un numero “da pratica”, è una misura di tutela. Se un posto è fatto per cento o duecento, non lo trasformi — per incasso, per abitudine, per “tanto va sempre bene” — in una scatola piena fino all’orlo.
E qui sta l’ipocrisia più intollerabile: discutere di estintori e allarmi come se fossero accessori, mentre si lascia che il rischio vero — l’affollamento, la compressione, il panico — diventi normalità del divertimento. Una “cultura del rischio” non nasce in una notte: si costruisce a forza di tolleranze, occhi chiusi, controlli saltati, routine trasgressive che diventano folklore.
Il rimpallo perfetto: Comune, gestori, norme
Il servizio pubblico oggi prova a ritrarsi dietro la geometria delle competenze. I gestori — comprensibilmente — parlano di dolore e di impossibilità di commentare per via delle indagini. Ma una cosa è certa: la sicurezza non può dipendere dalla buona volontà di chi vende la festa. È per questo che esistono i controlli: proprio perché, nella competizione del mercato, la sicurezza è un costo e la capienza un guadagno.
E infatti la Svizzera stessa, attraverso la stampa e le ricostruzioni, si interroga su ispezioni e lassismo: tvsvizzera.it ricorda che le ispezioni antincendio dovrebbero essere annuali e che, secondo dichiarazioni riportate, i gestori avrebbero ricevuto solo tre ispezioni in dieci anni.
La politica della “fiducia” quando diventa ideologia
C’è una parola che torna, sempre: fiducia. Fiducia nel territorio, negli operatori, nella “buona amministrazione” locale. Ma la fiducia, senza verifica, è una dottrina comoda: abbassa i costi, riduce gli attriti, rende tutto “snello”. È il lessico perfetto di un’Europa che ama il mercato e teme l’ispettore, che considera il controllo un fastidio e non un dovere.
Il risultato è una forma di privatizzazione del rischio: la collettività paga il prezzo dell’azzardo altrui. E quando poi esplode la tragedia, si invoca la giustizia come lavacro universale (“sarà la giustizia a decidere”) e si rifiuta la responsabilità politica (“non mi dimetto… non si lascia la nave nella tempesta”). Ma la tempesta non è naturale: è organizzata.
Che cosa resta, adesso
Resta una comunità ferita e un’Europa che deve scegliere: o considera i controlli una “scocciatura” da comprimere finché non succede qualcosa, oppure li assume come infrastruttura democratica — come scuola, sanità, trasporti. Nel frattempo, la misura più immediata e più banale è anche la più radicale: rispettare la capienza davvero, non “a occhio”. Se un locale non è grande, non si riempie fino a diventare una trappola. Punto.
Perché le tragedie non iniziano quando divampa la fiamma: iniziano molto prima, quando qualcuno decide che una regola può aspettare.
