Immaginate Vladimir Putin davanti alla sua scrivania: mappe, grafici, rapporti del GRU e del FSB stipati accanto alla fotografia di una vecchia alleanza strategica. La notizia arriva come una detonazione lontana e poi sempre più vicina: Nicolás Maduro catturato dagli Stati Uniti, trasportato a New York per essere processato. Quel Venezuela che fu per anni una pedina, poi un avamposto, infine un simbolo della resistenza anti-occidentale, svanisce sotto i colpi di un’operazione statunitense rapidissima e imbarazzante per gli alleati di Caracas.
Per anni, Mosca aveva coltivato il Venezuela come un polo di influenza nell’emisfero occidentale. Armi, contratti energetici e presenze diplomatiche servivano a rompere il dominio geopolitico statunitense, ad aggiungere alla narrativa multicentrica un fronte nuovo, lontano dalla Siria e dall’Ucraina. Ma adesso quel fronte è rimasto indebolito, quasi disabitato. I partner tradizionali – Cuba, Nicaragua – restano, ma un regime che perde il suo vertice più emblematico perde anche parte della sua utilità strategica.
Putin sa che non basta gridare alla violazione del diritto internazionale per riempire un vuoto di potere. L’alleanza con Caracas aveva senso fino a quando Maduro serviva a contenere l’influenza americana; ora che Trump si è precipitato a sostituire la guida venezuelana con una gestione diretta e il controllo sulle risorse energetiche del paese, la Russia deve ripensare la sua presenza in America Latina.
La cattura di Maduro non è solo un colpo di scena militare: è un messaggio. Per Washington, l’operazione — definita “illegale” secondo il diritto internazionale ma politica efficace — dimostra che, nel nuovo ordine globale, gli Stati Uniti non temono di violare confini per riaffermare il loro dominio.
Per Putin, quindi, la questione non è solo cosa fare per il Venezuela, ma cosa fare dopo il Venezuela. Perché lo smacco non sta nel singolo leader catturato, ma nella percezione di impotenza di fronte a un avversario che non esita a spingersi fino al cuore delle sfere di influenza russe. Quella che doveva essere una “alleanza storica” si è trasformata in un vuoto strategico che pesa di più proprio perché era stato costruito lentamente, con investimenti e promesse di lealtà.
In effetti, la reazione russa è stata contenuta — una condanna formale, la richiesta di rilascio, dichiarazioni di principio — ma priva di promesse concrete di intervento. È un comportamento che non tradisce una mancanza di interesse, ma un calcolo freddo: impegnarsi militarmente in Venezuela ora significherebbe deconcentrare risorse già tese al limite dal fronte ucraino.
Eppure non può essere solo questo. Quel vuoto ha un costo politico. Rende più difficile mantenere coalizioni nella regione, indebolisce l’immagine di Mosca come partner affidabile e lascia spazio a Washington per imporre intese energetiche e politiche senza opposizione. La Russia, che ha sempre parlato di un mondo multipolare, si trova così a fronteggiare una proiezione di potenza statunitense che rievoca vecchie dottrine d’egemonia.
Putin non è uomo da reazioni impulsive: la sua strategia è sempre stata quella di pazienza e precisione. Ma ora la precisione deve essere reindirizzata. Non tanto a recuperare un’alleanza perduta — perché il Venezuela potrebbe non essere più recuperabile nella sua forma precedente — quanto a ricalibrare la presenza russa in modo più sottile: reti economiche, cooperazioni con paesi non allineati, influenza culturale, scambi commerciali che non dipendano da regimi personali ma da interi sistemi.
Il quadro che emerge non è quello di una grande potenza ridotta a spettatrice, ma di una grande potenza che ha perso un simbolo e deve reimpostare la sua narrativa. Se in passato il legame con Caracas serviva a contrapporre il modello russo a quello americano, adesso quella contrapposizione deve trovare altri terreni — dove la leva politica non sia un singolo uomo ma reti complesse di alleanze e cooperazioni.
Così, nel pensiero di Putin, il Venezuela catturato non è un episodio isolato ma un promemoria: l’Occidente, quando ritiene di avere una finestra strategica, non indugia. E se la Russia vuole essere davvero un attore globale, dovrà imparare a difendere non soltanto ciò che possiede, ma ciò che conta davvero: la capacità di restare centrale nelle dinamiche internazionali senza dipendere da singoli leader o vite spezzate in un raid notturno.
