19 morti, 25.000 ettari in cenere, migliaia di sfollati: nell’emergenza Boric e il presidente eletto Kast scelgono una regia comune
Nel centro-sud del Cile la parola “estate” non evoca più soltanto luce e turismo: sempre più spesso significa fuoco, evacuazioni, lutto. Gli incendi boschivi che stanno devastando le regioni di Biobío e Ñuble hanno già lasciato almeno 19 morti, distrutto centinaia di abitazioni e ridotto in cenere decine di migliaia di ettari di vegetazione. Le autorità parlano apertamente di “megaincendio”: non un fronte isolato, ma un sistema di roghi multipli che si alimentano di vento, siccità e temperature estreme, con un comportamento imprevedibile e una capacità di espansione rapidissima.
Secondo l’ultimo bilancio governativo, le vittime restano 19 (18 in Biobío e una in Ñuble), mentre le zone colpite sono poste in allerta rossa e sotto stato di emergenza costituzionale di catastrofe, misura che consente un coordinamento più stringente e il supporto delle forze armate.
Il meteo come accelerante: oltre 30 gradi e vento
Le prossime ore sono decisive. Il ministro della Sicurezza Luis Cordero ha riconosciuto che la notte ha permesso un contenimento parziale di alcuni focolai grazie a un temporaneo calo delle temperature, ma il timore principale è la riattivazione o la nascita di nuovi fronti: con temperature elevate e condizioni secche, basta poco perché un incendio “controllato” torni a correre.
È la dinamica tipica dei grandi roghi cileni degli ultimi anni: l’emergenza non è lineare. Ci sono momenti di tregua e poi improvvise accelerazioni, quando il vento cambia direzione o quando le temperature superano determinate soglie. Reuters segnala punte ben oltre i 30 gradi e condizioni che possono peggiorare ulteriormente.
Numeri di una catastrofe: case distrutte, sfollati, comunità spezzate
Le cifre raccontano un disastro sociale oltre che ambientale. Le autorità di protezione civile (Senapred) riportano oltre 1.500 persone colpite, centinaia di case già distrutte e un numero molto alto di abitazioni ancora in fase di valutazione, con il rischio concreto che il conto finale superi il migliaio.
In alcune aree costiere e periurbane, i roghi hanno colpito con particolare ferocia: non solo boschi o terreni, ma quartieri, depositi, infrastrutture locali, con un impatto diretto su lavoro e servizi essenziali. Reuters riferisce di incendi che hanno devastato centri abitati e bruciato migliaia di ettari vicino a Concepción.
L’origine: guasto, negligenza o dolo?
Accanto alla battaglia sul terreno, cresce quella della verità. La procura e la polizia stanno lavorando per preservare i luoghi e ricostruire l’origine dei focolai. Sul tavolo ci sono ipotesi che vanno dai guasti elettrici ai comportamenti negligenti, fino alla possibilità di azioni intenzionali: un tema ricorrente in Cile, dove la simultaneità dei roghi e l’innesco in punti diversi spesso alimentano sospetti di dolo.
Qui l’emergenza si fa politica: perché se l’origine fosse dolosa, cambierebbe la narrazione (e la responsabilità) e si aprirebbe un fronte giudiziario e di sicurezza interna, non soltanto ambientale.
Boric e Kast: un passaggio di consegne nel fuoco
Il dato più rilevante, sul piano istituzionale, è però un altro: l’incendio sta diventando una prova di transizione nazionale. Il presidente Gabriel Boric, che ha modificato l’agenda per seguire la crisi, ha annunciato un coordinamento con il presidente eletto José Antonio Kast: la ricostruzione, ha ammesso, supererà i tempi della sua amministrazione e richiederà una continuità operativa.
In un Paese polarizzato, la scelta di presentare un fronte comune ha un significato preciso: evitare che la catastrofe diventi terreno di propaganda immediata e costruire una catena di comando credibile tra l’oggi (gestione dell’emergenza) e il domani (ricostruzione di case e infrastrutture critiche). Fonti cilene riportano il coinvolgimento di figure del futuro esecutivo già in questa fase, per “interiorizzare e raccogliere precedenti” e accelerare i tempi.
Il Cile e il ciclo dei “megaincendi”: una normalità inaccettabile
Il punto più inquietante è la ricorrenza. Cordero ha paragonato l’intensità attuale ai grandi incendi del 2017 e alle crisi recenti; la memoria nazionale resta segnata soprattutto dal 2024, quando un’ondata di roghi provocò oltre un centinaio di morti.
Questa ripetizione disegna un cambio strutturale: non più “emergenze”, ma stagioni del fuoco. E se il fuoco diventa ciclico, allora cambiano anche le priorità: prevenzione, gestione forestale, reti elettriche, controllo del territorio, protezione civile, urbanistica nelle aree di interfaccia tra bosco e abitato.
Per ora, però, la realtà è una sola: in Biobío e Ñuble si combatte su due fronti, contro le fiamme e contro il tempo. Ogni grado in più, ogni raffica di vento, ogni scintilla può trasformare un contenimento faticoso in una nuova corsa del fuoco. E il Paese, di fronte a 19 morti e migliaia di vite sconvolte, chiede che l’emergenza non si chiuda con l’ultima cenere, ma con scelte capaci di impedire che il prossimo “megaincendio” diventi la solita, tragica normalità.
