Leone XIV porta la Giornata Mondiale del Malato 2026 nella “sua” diocesi peruviana: non un gesto nostalgico, ma una scelta teologica e geopolitica insieme. In un mondo armato fino ai denti, il Papa affida alla fragilità — e a Maria, Signora della Pace — l’unica diplomazia che non mente: la compassione.
C’è una pace che non nasce dalle conferenze né dalle firme, e neppure dalla forza. Nasce da un letto d’ospedale, dal respiro corto, dalla mano che cerca un’altra mano. Per la XXXIV Giornata Mondiale del Malato, l’11 febbraio 2026, Leone XIV ha scelto Chiclayo, in Perù, e il Santuario di Nuestra Señora de la Paz: una geografia spirituale che è anche una mappa di senso. Per presiedere le celebrazioni, il Papa ha inviato come legato il cardinale Michael Czerny, prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale.
Non si tratta soltanto di “portare” un evento in America Latina. È un modo di dire che la Chiesa universale non pensa la sofferenza come un angolo buio da visitare in punta di piedi, ma come un luogo dove la fede diventa concreta, verificabile, persino misurabile: quanto sappiamo restare accanto? Nella lettera a Czerny, Leone XIV chiede una “speciale comunione di preghiera” e invita i malati a offrire “per mezzo di Maria” i disagi della propria vita per la pace del mondo. Il dolore, nel suo sguardo, non è solo prova: può diventare spazio di incontro con la misericordia e con la consolazione del Vangelo.
Qui il Papa compie uno scarto che vale un elzeviro: sposta la pace dal lessico del potere a quello della fragilità. È un rovesciamento evangelico, ma anche una diagnosi contemporanea. Siamo entrati in un’epoca in cui la pace viene invocata come parola d’ordine e praticata come eccezione; in cui i popoli si polarizzano e la paura diventa l’argomento più persuasivo. Leone XIV risponde con ciò che non fa rumore: una teologia della prossimità. E, non a caso, il tema del suo Messaggio è la parabola che smaschera l’indifferenza rispettabile: “La compassione del samaritano: amare portando il dolore dell’altro”.
Il samaritano non discute, non commenta, non posticipa: si ferma. Oggi, invece, la cultura dominante è l’arte del passare oltre. Il Papa la chiama per nome: rapidità, scarto, indifferenza. E indica una medicina che non si compra: il “dono dell’incontro”, la capacità di dare non soltanto risorse ma tempo, la moneta più rara. Per questo la Giornata del Malato non riguarda solo gli infermi: riguarda anche i familiari, i curanti, gli operatori sanitari, tutti quelli che ogni giorno fanno della cura una grammatica di civiltà.
Che la sede sia Chiclayo aggiunge un livello ulteriore. È la terra dove il Papa ha maturato una parte decisiva della sua esperienza pastorale: non una cornice sentimentale, ma un richiamo a uno stile di governo che non dimentica le periferie della sofferenza. Vatican News lo racconta con chiarezza: la scelta del santuario mariano è un segno della “materna sollecitudine” di Maria verso chi è afflitto, e insieme un modo per far parlare la Chiesa da un luogo che non è il centro del mondo, ma ne custodisce le ferite.
Nel testo affiora anche un’eco agostiniana: l’“inquietudine” del cuore umano e il bisogno di una carità che non resti idea, ma diventi applicazione quotidiana. È una frase che, letta oggi, suona come un avvertimento: quando la carità si riduce a sentimento, la pace diventa slogan; quando la carità si traduce in prossimità, la pace prende corpo. E allora Chiclayo — “Signora della Pace” — non è un titolo, ma un programma: la pace come frutto della misericordia vissuta, non come premio della forza.
In fondo, la notizia è tutta qui: Leone XIV affida a un santuario mariano e a una Chiesa “feriale” (ospedali, case, corsie, solitudini) una missione che la geopolitica da sola non riesce a compiere. Perché la pace, quella vera, non comincia dai grandi tavoli: comincia da chi non può difendersi. E chiede a tutti — sani e malati — di diventare prossimi. Non per eroismo, ma per realismo evangelico: il mondo si ricuce solo dove qualcuno si ferma.
