Non è una ricorrenza rituale né un esercizio di buone maniere ecclesiali: la Giornata di preghiera per l’unità dei cristiani riporta la Chiesa alla sua ferita originaria e alla sua speranza più radicale, ricordando che l’unità non si costruisce a tavolino ma si implora, come dono di Dio, perché senza riconciliazione tra i cristiani il Vangelo stesso rischia di apparire diviso.

“Ecumenismo” non è più una parola da addetti ai lavori. È entrata nel lessico dei fedeli, e – quando accade il meglio – scende lentamente nel cuore, fino a diventare stile di vita: non un’idea da applaudire, ma un modo di pregare, di pensare la Chiesa, di abitare le differenze senza trasformarle in trincee. La Giornata (e la Settimana) di preghiera per l’unità dei cristiani ci riporta ogni anno a questa evidenza: l’unità non è un trofeo della diplomazia religiosa, ma un dono di Dio che si domanda senza stancarsi. Se dopo un secolo di movimento ecumenico avessimo ottenuto anche solo questo – che il popolo cristiano percepisca l’unità come questione di grazia e non come optional sentimentale – sarebbero già “cento anni benedetti”.

Il movimento ecumenico, in realtà, vive di ritmi che somigliano al cuore: sistole e diastole. Slanci e pause, intuizioni luminose e strettoie impreviste, passi avanti e improvvise regressioni. È legittimo domandarsi se stiamo progredendo o arretrando; se cresce la formazione o si moltiplica il malinteso; se, accanto a un ecumenismo serio, non proliferi talvolta un pseudo-ecumenismo fatto di scorciatoie emotive e di confusioni dottrinali. Ma la domanda più onesta non è statistica: è spirituale. Non “quanti documenti”, ma “quanta conversione”. Non “quante firme”, ma “quanta disponibilità a lasciarsi correggere dal Vangelo”.

Qui la Settimana di preghiera è maestra, perché riporta l’ecumenismo alla sua sorgente più nuda: l’impetrazione. Chiedere. Mendicare l’unità. Accettare che il nostro lavoro – dialoghi, commissioni, manuali, iniziative, gesti – è necessario ma non autosufficiente. L’unità visibile è troppo grande per essere il prodotto di una buona volontà organizzata; è “troppo ecclesiale” per ridursi a un compromesso. E proprio per questo è profondamente cristiana: nasce dove ci si lascia prendere dall’iniziativa di Dio.

Il cuore teologico di questa prospettiva sta nella parola-guida che l’apostolo Paolo affida ai cristiani: «L’amore di Cristo ci spinge», e lo fa “verso la riconciliazione” (2 Cor 5,17-21). Non siamo noi a costruire un ponte verso Dio, come se la riconciliazione dipendesse dalle nostre prestazioni; è Dio che si avvicina, che “prende l’iniziativa inderivabile”, che corre incontro. La parabola del padre misericordioso resta l’icona più esatta dell’ecumenismo: nessun calcolo, nessuna pretesa di risarcimento preventivo, ma un abbraccio che rimette in piedi e restituisce identità. La “purificazione della memoria” di cui ha parlato papa Francesco nasce qui: non dal negare il passato, ma dal non permettere che il peso delle colpe continui a inquinare il presente.

C’è poi un secondo livello, più esigente, che impedisce di trasformare la riconciliazione in una parola a buon mercato. Bonhoeffer parlava di “grazia costosa”: la riconciliazione è il prezzo della croce, non l’olio diplomatico che unge gli ingranaggi. Se il mondo attende un leone – potenza, rivincita, imposizione – il cristianesimo annuncia l’Agnello: la forza indifesa dell’amore. È un capovolgimento che vale anche tra le Chiese. L’unità non nasce nell’atteggiamento del leone che pretende di vincere, ma nel gesto dell’agnello che osa fare il primo passo, rinunciando alla superiorità morale e al piacere segreto di “avere ragione”.

Infine, c’è la conseguenza ecclesiale: «Siamo ambasciatori» (2 Cor 5,20). L’ecumenismo non è un settore della pastorale, ma il modo credibile di annunciare al mondo il Dio della riconciliazione. Giovanni Paolo II lo disse senza giri di parole: come possiamo proclamare il Vangelo della riconciliazione senza impegnarci a operare per la riconciliazione dei cristiani? Qui la Settimana di preghiera smaschera una tentazione sottile: parlare di unità come di un ideale nobile, mentre ci abituiamo alla divisione come a un dato di fatto. Pregare insieme, invece, riapre la ferita nel modo giusto: non per riaccusarsi, ma per desiderare davvero la guarigione.

Per questo è così preziosa l’idea di “allacciare le mani” tra specialisti e popolo, come accade nel Padre nostro. L’ecumenismo non può restare una competenza elitaria, confinata tra testi e tavoli; deve diventare “sistema di pensiero e stile di vita”, educazione del cuore, grammatica quotidiana della carità e della verità. Anche perché la secolarizzazione chiede ai cristiani una testimonianza unita: non una fusione indistinta, ma una comunione riconciliata, capace di rendere il Vangelo intelligibile in una cultura che spesso percepisce la fede come rumore di fondo.

Alla fine, la Settimana di preghiera non mette un punto fermo, ma due punti. Non dice: “abbiamo finito”. Dice: “riprendiamo”. Riprendiamo dalla sorgente, che è Dio; riprendiamo dalla croce, che è l’amore costoso; riprendiamo dalla missione, che è l’essere insieme – davvero – ambasciatori di riconciliazione. E riprendiamo con una certezza umile e consolante: la grazia di Dio, di regola, sopravanzi le attese e l’opera dei suoi figli. Anche quando il passo è lento. Anche quando il cuore si stanca. Anche quando la storia sembra contraria.