Ha donato alla figlia di sette anni un rene e una parte del fegato, affrontando un intervento di 18 ore che ha segnato un primato nella sanità italiana: all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, un padre di 37 anni ha restituito l’infanzia a una bambina costretta per anni alla dialisi, trasformando un gesto d’amore familiare in una storia di eccellenza medica e cooperazione umana.

«Ho fatto semplicemente quello che farebbe qualsiasi genitore». Nelle parole del padre di Sofija – nome di fantasia – non c’è eroismo ostentato, né retorica del sacrificio. Eppure ciò che è accaduto all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo segna una pagina senza precedenti nella medicina italiana: per la prima volta, un unico donatore vivente ha ceduto due organi, un rene e una parte del fegato, alla propria figlia di sette anni, restituendole una vita che la malattia le aveva quasi tolto.

L’intervento, durato 18 ore tra il 18 e il 19 dicembre, è stato un’impresa clinica e umana insieme. In due sale operatorie attigue, decine di professionisti – chirurghi, anestesisti, infermieri – hanno lavorato in perfetta sincronia. Ma dietro la complessità tecnica, ciò che colpisce è la semplicità del gesto: un padre di 37 anni che offre il proprio corpo perché il corpo della figlia possa tornare a crescere.

Sofija conviveva da anni con una rara malattia genetica che colpiva fegato e reni. A quattro anni aveva già iniziato la dialisi peritoneale domiciliare, fino a 18 ore al giorno. Poi l’emodialisi, le sedute a giorni alterni, i movimenti limitati, l’infanzia sospesa. Infine, la cirrosi epatica, che rendeva impossibile un trapianto renale isolato. Senza un intervento combinato, il tempo non giocava a suo favore.

La scelta del trapianto simultaneo di fegato e rene, nello stesso intervento, ha rappresentato la soluzione migliore: ha evitato alla bambina un lungo periodo di dialisi dopo il solo trapianto epatico e ha risparmiato al padre una seconda operazione in anestesia generale. Una decisione ponderata, valutata da équipe multidisciplinari, commissioni indipendenti e dalla Procura, come prevede la rigorosa procedura italiana per i trapianti da donatore vivente. Nulla è stato lasciato al caso, a tutela di entrambi.

C’è anche un aspetto che va oltre il singolo caso. Sofija è arrivata in Italia grazie a una richiesta del Ministero della Salute serbo, dentro un quadro di cooperazione sanitaria internazionale. È la dimostrazione di un sistema che non si limita a curare, ma accoglie, mettendo competenze e strutture al servizio di chi ne ha bisogno, senza confini quando è in gioco la vita di un bambino.

Oggi, a poche settimane dall’intervento, la notizia più bella non è nei referti clinici, ma negli occhi della bambina: ha riacquistato l’appetito, la voglia di giocare, l’energia che la malattia le aveva sottratto. Non ha più cateteri, non è più legata a macchine. Potrà iniziare la scuola come i suoi coetanei, con quella spensieratezza che dovrebbe essere un diritto e non un privilegio.

Il Papa Giovanni XXIII di Bergamo, già noto per l’eccellenza nei trapianti pediatrici e per aver azzerato la lista d’attesa nazionale grazie alla tecnica dello split liver, conferma così il suo ruolo di avanguardia. Ma questa storia non parla solo di alta specializzazione. Parla di fiducia nella medicina, di responsabilità condivisa, di una sanità che sa unire scienza e umanità.

E parla, soprattutto, di un padre che ha trasformato l’amore in gesto concreto. Senza proclami, senza clamore. Perché, a volte, i miracoli più grandi hanno il volto discreto della normalità.