Dai Benetton a Cdp, i pedaggi usati per i dividendi invece che per la manutenzione

Per sei anni, dal 2017 al 2022, i fondi destinati alla rete sarebbero stati sistematicamente dirottati verso gli azionisti. La Procura di Roma ha notificato l’avviso di conclusione indagini a tutto il gotha della finanza italiana e internazionale che ha governato Aspi. Compreso chi è arrivato dopo.

C’è un’accusa che, nella sua semplicità, vale più di mille cavilli contabili: i soldi che gli automobilisti pagavano ai caselli per tenere in sicurezza le autostrade italiane finivano invece nelle tasche degli azionisti. Le conseguenze sono state viste con il crollo del ponte Morandi, le sue vittime e quelle che ancora periscono a causa dell’insufficiente manutenzione delle strade. Con questa manovra perversa, il fondo manutenzioni si svuotava. La rete aspettava. E i bilanci, nel frattempo, raccontavano un’altra storia.

È questa la tesi della Procura di Roma, che ha notificato l’avviso di conclusione indagini — atto che solitamente prelude alla richiesta di rinvio a giudizio — a 38 tra manager, consiglieri d’amministrazione e sindaci revisori di Autostrade per l’Italia, per i bilanci degli anni compresi tra il 2017 e il 2022. L’accusa, per tutti, è di false comunicazioni sociali, manipolazione del mercato e ostacolo alla vigilanza Consob. La società stessa è indagata come ente.

I numeri contestati dai magistrati sono precisi e impietosi. Nel solo 2022, il patrimonio netto sarebbe stato gonfiato di oltre 600 milioni di euro — dichiarato a 2,761 miliardi invece del reale 2,149 — sottraendo 611,515 milioni a un fondo che, per legge, avrebbe dovuto essere accantonato dal 1998 per intervenire sulla rete. È in quel fondo eroso, in quella logica di profitto sistematicamente anteposto alla cura, che affondano le radici di tragedie come il crollo del Ponte Morandi a Genova. Non è un caso che a presentare i primi esposti da cui è nata questa inchiesta siano stati proprio i comitati delle vittime e i commercianti distrutti da quel crollo.

L’elenco degli indagati è uno spaccato fedele di come funziona il capitalismo di relazione italiano. Ci sono gli uomini dei Benetton — Giovanni Castellucci, Roberto Tomasi, Carlo Bertazzo — e i loro alleati nei fondi internazionali: Allianz, Silk Road Fund cinese, Blackstone, Macquarie. Ci sono banchieri e tecnocrati di lungo corso come Fulvio Conti, ex ad di Enel, e Fabio Massoli, direttore finanziario di Cassa depositi e prestiti. C’è persino Nicola Rossi, ex senatore del Pd e consigliere fidato di D’Alema, da tempo approdato nelle stanze della galassia Benetton.

Ma è qui che la storia smette di essere una semplice narrazione sulla cupidigia dei vecchi padroni e diventa qualcosa di più scomodo. Perché nel maggio del 2022, Autostrade viene venduta ad una cordata guidata da Cassa depositi e prestiti — quindi dallo Stato — con la partecipazione di Blackstone e Macquarie. Una svolta presentata all’epoca come la restituzione di un’infrastruttura strategica alla mano pubblica, la fine del regno dei Benetton, il risarcimento morale dovuto al Paese dopo Genova.

Ebbene: anche il nuovo management è indagato. Antonino Turicchi, presidente di Aspi in quota Cdp, figura nell’elenco — e con lui Conti, Massoli, l’ex presidente Elisabetta Oliveri e persino Donato Liguori, dirigente del Ministero delle Infrastrutture nel collegio sindacale. Lo Stato, insomma, non era un osservatore esterno: aveva i suoi uomini dentro, mentre i bilanci venivano approvati.

Questa è forse la lezione più dura che l’inchiesta consegna al dibattito pubblico: non basta cambiare la proprietà, se non si cambia la logica. Non basta togliere un’autostrada ai Benetton e darla a Cdp, se chi siede nei consigli d’amministrazione — pubblici o privati che siano — continua a ragionare in termini di dividendi prima che di manutenzione, di rendita prima che di responsabilità. La pubblicizzazione di Aspi è stata venduta come una svolta storica. L’inchiesta di Roma suggerisce che fosse, almeno in parte, un cambio di facciata.

I pedaggi sono una tassa invisibile che ogni italiano paga ogni giorno. Meritano, come minimo, di finire dove devono.