Si chiamava Mohamed Massat. Era un agente di polizia siriano, musulmano, e da appena dieci giorni era diventato padre di una bambina. Nella Siria che, tra mille incertezze, è entrata nel 2026, il suo nome è diventato nelle ultime ore un segno di unità e di rispetto trasversale. In molti, ad Aleppo e non solo, lo salutano come un eroe. E non per retorica.

Si chiamava Mohamed Massat. Era un agente di polizia siriano, musulmano, e da appena dieci giorni era diventato padre di una bambina. Nella Siria che, tra mille incertezze, è entrata nel 2026, il suo nome è diventato nelle ultime ore un segno di unità e di rispetto trasversale. In molti, ad Aleppo e non solo, lo salutano come un eroe. E non per retorica.

La notte tra il 31 dicembre 2025 e il 1° gennaio 2026, mentre in gran parte del mondo si festeggiava l’arrivo del nuovo anno, le forze di sicurezza siriane hanno sventato un attentato suicida pianificato dallo Stato Islamico contro chiese e luoghi di assembramento civile nella città di Aleppo. L’operazione, però, è costata la vita a Mohamed Massat, ucciso nel tentativo di fermare il kamikaze prima che potesse raggiungere il suo obiettivo.

Un posto di blocco, una scelta decisiva

Massat era di servizio a un posto di blocco nel quartiere di Bab al-Faraj, nel centro storico di Aleppo, quando ha notato un individuo sospetto. Avvicinandosi per un controllo, si è trovato di fronte un terrorista affiliato a Daesh. L’uomo ha aperto il fuoco, colpendo mortalmente l’agente, e subito dopo ha fatto detonare la cintura esplosiva. Nell’esplosione sono rimasti feriti anche altri due poliziotti.

Secondo quanto riferito dal Ministero dell’Interno siriano, l’intervento di Massat ha impedito che l’attentatore raggiungesse zone sensibili, in particolare aree vicine a chiese dove i cristiani si preparavano alle celebrazioni liturgiche di inizio anno e alla festa della Gran Madre di Dio, particolarmente cara alle comunità orientali.

In una nota ufficiale diffusa sul canale Telegram, il Ministero ha spiegato che le autorità erano in stato di massima allerta:

«Grazie al monitoraggio meticoloso dei movimenti delle cellule della rete terroristica Daesh, le informazioni hanno rivelato l’intenzione del gruppo di condurre operazioni suicide durante le celebrazioni di Capodanno, prendendo di mira chiese e luoghi di assembramento civile, in particolare ad Aleppo».

Un martirio civile che unisce

La morte di Mohamed Massat ha scosso profondamente Aleppo. Centinaia di persone hanno partecipato al suo funerale, sottolineando il valore del suo sacrificio per la convivenza pacifica tra le diverse comunità religiose della città. Cristiani e musulmani hanno pianto insieme un uomo che ha dato la vita per difendere civili indifesi, senza chiedere chi fossero, da dove venissero, cosa credessero.

In Siria la parola “martire” non è solo religiosa. È anche civile. Massat non è morto per propaganda, né per ideologia. È morto per impedire una strage, scegliendo di non arretrare. Il fatto che fosse diventato padre da pochissimi giorni rende il suo gesto ancora più lacerante e, allo stesso tempo, più eloquente.

La Chiesa che si fa prossima

Poche ore dopo l’attentato sventato, i vescovi e i rappresentanti delle Chiese di Aleppo si sono recati nel villaggio di origine di Mohamed Massat, per incontrare la famiglia e portare le condoglianze. Un gesto pastorale di grande forza simbolica: una Chiesa che riconosce il bene ovunque esso si manifesti, che si stringe attorno al dolore senza barriere confessionali.

Il nuovo tentato attacco è avvenuto in un giorno particolarmente sensibile per la comunità cristiana, a sei mesi di distanza dall’attentato alla chiesa greco-ortodossa di Mar Elias a Damasco, che nel giugno 2025 provocò oltre venti morti. Un segno evidente che la minaccia jihadista, pur ridimensionata, resta concreta e insidiosa.

Una ferita aperta, una speranza ostinata

Aleppo è una città martire. Ma è anche una città che resiste. La storia di Mohamed Massat racconta una Siria che non si rassegna alla logica dell’odio, una Siria fatta di uomini e donne che, nel silenzio dei turni di notte e dei posti di blocco, continuano a difendere la vita quotidiana.

Il suo nome non è solo un ricordo. È una responsabilità. Perché ogni volta che verrà pronunciato, ricorderà che il terrorismo può essere fermato, talvolta, solo dal coraggio ordinario di persone straordinarie.

In quella notte di Capodanno, mentre il mondo festeggiava, un uomo ha vegliato. E ha pagato il prezzo più alto perché altri potessero pregare, vivere, sperare.

Questo non cancella il dolore.

Ma gli dà un senso.