Domenica il Napoli giocherà con il lutto al braccio nella trasferta a Bergamo

C’è un istante in cui la cronaca smette di essere cronaca e diventa liturgia del dolore: «È finita. Al Monaldi, alle 9.20 di sabato 21 febbraio 2026, il cuore di Domenico ha smesso di battere e l’Italia — quella che si commuove, che prega, che condivide striscioni e rosari sotto la pioggia — si è ritrovata davanti alla sola domanda che non ammette retorica: com’è possibile che un bambino muoia per un errore che somiglia a una distrazione organizzata?  

La storia, ormai, è scolpita in una sequenza che fa male proprio perché è concreta. Un trapianto cardiaco pediatrico, il 23 dicembre 2025. Un organo che — secondo le ricostruzioni emerse dall’audit interno e dalle indagini — sarebbe stato compromesso dal contatto con ghiaccio secco durante il trasporto, fino a trasformarsi in ciò che alcuni resoconti descrivono come un cuore arrivato “inglobato” o “congelato”. E poi la lunga agonia, l’Ecmo, il peggioramento irreversibile, la scelta — prevista dalla terapia avviata nelle ultime ore — di non procedere a manovre rianimatorie. La morte, infine, e la salma sequestrata per l’autopsia.  

Non serve ripetere ciò che sappiamo. Serve dire ciò che temiamo: che in Italia non muore solo il singolo, muore la fiducia. Non per fatalità — la medicina, anche la migliore, conosce la tragedia — ma per quella forma più intollerabile di sventura: la sventura evitabile. E allora il punto non è “chi” (questo lo accerterà la magistratura, e ogni parola in più sarebbe ingiusta), ma che cosa. Che cosa è accaduto nella catena del “fare”: nei protocolli, nei contenitori, nella formazione, nelle comunicazioni interne. Perché se è vero, come riportato, che l’ospedale avrebbe avuto già dal 2023 dispositivi più moderni di trasporto con controllo della temperatura (i cosiddetti Paragonix) rimasti inutilizzati, allora la parola “errore” non basta: qui si parla di sistema. Non del bisturi, ma dell’organizzazione che decide se il bisturi arriva al momento giusto con gli strumenti giusti.  

E c’è, in questa vicenda, un’altra ferita che brucia quasi quanto la morte: il sospetto dell’occultamento, o almeno del tentativo di “aggiustare” la narrazione a posteriori. L’avvocato della famiglia lo dice con la brutalità di chi è precipitato nel punto in cui le parole diventano lame: non è solo l’errore a sconvolgere; è l’idea che lo si sia voluto nascondere. Se ciò fosse confermato, non saremmo più nel campo della colpa: saremmo nel campo del tradimento. Perché l’errore, quando viene riconosciuto e affrontato, può perfino diventare lezione; l’occultamento, invece, diventa seconda violenza.  

Nel frattempo, l’ospedale firma un comunicato di cordoglio. I legali di un primario difendono il loro assistito. La Procura lavora, l’inchiesta si aggrava, i NAS acquisiscono documenti, le mail contano più delle lacrime perché sono lì che si misura la realtà. E la città — Nola, Napoli, l’Italia intera — si stringe in un abbraccio che è sincero, ma che rischia sempre la tentazione più comoda: trasformare il dolore in simbolo e poi voltare pagina.  

E invece no. Qui la pagina non si volta finché non si scrive la parola che la madre chiede: verità. Non vendetta. Non gogna. Verità. Con la freddezza necessaria a stabilire responsabilità, con la trasparenza necessaria a cambiare procedure, con la dignità necessaria a non ridurre Domenico a un caso mediatico. La madre — persino nel momento in cui annuncia truffe e sciacallaggi che già emergono attorno alla vicenda — pensa a una fondazione, a un segno che rimanga. È una reazione quasi evangelica: dal dolore non ricava cinismo, ricava compito.  

E poi c’è un’immagine che, da sola, giudica tutti noi: il cardinale Domenico Battaglia al capezzale, l’estrema unzione, il cappellano che racconta la preghiera “di gesti”, mano nella mano. È la Chiesa quando fa il suo mestiere più puro: non spiegare il male, ma stare dentro il male, senza falsi perché. Ma quella presenza, proprio perché è vera, domanda all’altra istituzione — la sanità pubblica — di essere altrettanto vera: non basta curare, bisogna anche rispondere.  

Il Paese che piange Domenico dovrebbe pretendere una cosa sola, essenziale: che questa morte non diventi un rumore destinato a spegnersi. Che diventi una riforma reale: protocolli di trasporto, formazione obbligatoria, responsabilità tracciate, audit pubblici, catene decisionali leggibili. Perché se un sistema non impara da un bambino morto, allora non è solo inefficiente: è moralmente fallito.

E in fondo, il punto è questo: Domenico non è “un caso”. È una domanda. E la domanda — in un Paese che ama le commemorazioni più delle correzioni — chiede una risposta adulta: non consolazioni, ma verità; non slogan, ma procedure; non capri espiatori, ma responsabilità.