Il presidente americano critica il mancato sostegno italiano sull’Iran, ma continua a definire la premier «una brava persona». Ad Ankara pesano anche il ritardo di Meloni e l’accoglienza mancata di Erdogan
Tra Donald Trump e Giorgia Meloni il rapporto si è raffreddato, ma non sembra definitivamente compromesso. Il presidente americano ha espresso delusione per il mancato coinvolgimento italiano nella crisi iraniana e nello Stretto di Hormuz, continuando però a riconoscere alla premier qualità personali e politiche. Ad Ankara, intanto, anche la forma ha avuto il suo peso: Meloni è arrivata per ultima alla cena dei leader Nato e non è stata accolta da Recep Tayyip Erdogan, che poco prima era entrato nel palazzo insieme a Trump.
Trump ha scelto parole dure ma non di rottura: «Mi piace, è una brava persona, ma non c’è stata per noi». Il messaggio è chiaro. Washington si aspettava dagli alleati europei un sostegno più diretto nella crisi con l’Iran; Italia, Francia e Germania hanno invece mantenuto una posizione più prudente.
Il dissenso, però, non equivale necessariamente a un tradimento dell’alleanza. Un governo conserva il diritto di valutare autonomamente rischi, conseguenze e interesse nazionale prima di partecipare a un’operazione militare. L’amicizia tra alleati non consiste nel dire sempre sì, ma nel saper discutere anche quando le posizioni divergono.
Sul clima del vertice ha inciso anche l’arrivo tardivo della presidente del Consiglio. Meloni è giunta al complesso presidenziale di Bestepe dopo gli altri leader. Erdogan, che aveva appena accolto Trump, era già entrato con lui e non era presente al momento del suo arrivo. Un episodio protocollare che non va enfatizzato oltre misura, ma che ha rafforzato visivamente l’impressione di una premier momentaneamente ai margini del rapporto privilegiato tra Washington e Ankara.
La successiva presenza di Meloni allo stesso tavolo di Trump, Erdogan, Macron, Merz e Starmer ha tuttavia mostrato che il dialogo resta aperto. La diplomazia serve proprio a questo: superare irritazioni personali, chiarire le rispettive posizioni e impedire che una divergenza diventi una frattura strategica.
Tra Trump e Meloni non è finita: è semplicemente terminata la stagione delle fotografie senza contraddizioni. Il ritardo ad Ankara, l’accoglienza mancata di Erdogan e le critiche americane hanno mostrato una distanza reale, ma ancora ricomponibile. L’Italia deve difendere la propria autonomia senza trasformarla in ostilità verso Washington; Trump, da parte sua, dovrebbe riconoscere che un alleato affidabile non è un subordinato. Le amicizie politiche più solide non sono quelle senza dissensi, ma quelle capaci di attraversarli.
